P3, indagato Caliendo

Giacomo Caliendo Il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo è indagato dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3. A Caliendo è contestato il reato di violazione della legge Anselmi sulle società segrete. L’iscrizione è stata decisa dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli, titolari dell’indagine sulla cosiddetta P3, che è già costata il carcere a Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi e l’iscrizione sul registro degli indagati del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, e del senatore Marcello Dell’Utri. Il sottosegretario alla Giustizia erqa persoan informata sui fatti nell’inchiesta sulla P3.

Marcello Dell’Utri

Il senatore del Pdl Marcello dell’Utri si è invece avvalso della facolta’ di non rispondere ai magistrati romani che lo hanno messo sotto inchiesta. «A Palermo 15 anni fa -ha detto dell’Utri- ho parlato 17 ore e sono stato rinviato a giudizio sulla base della mie dichiarazioni. Ho imparato da allora”.  ”E’ una mia regola fissa -ha dichiarato Marcello dell’Utri uscendo dall’ufficio del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo – non avendo parlato con i procuratori non mi sembra il caso di farlo con la stampa. E’ una regola fondamentale per chi e’ indagato, la consiglio a tutti. Sono un indagato provveduto”. Nei giorni scorsi il senatore del Pdl aveva ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma.

Intanto, Antonio Di Pietro ha sollecitato i finiani che hanno sollevato la questione morale nel Pdl, a essere «conseguenti» e votare con il centrosinistra una mozione di sfiducia al governo. «Facciano venire meno la fiducia al governo votando una mozione di sfiducia da costruire insieme», ha dichiarato il leader dell’Idv ai cronisti.

«Si mandi a casa il governo con una specifica mozione di sfiducia», ha insistito. «Ci auguriamo che si passi dalle parole ai fatti», ha proseguito, «o si rompe il rapporto con chi si denuncia per la questione morale o si rimane conniventi, cosa ancora più grave». Dunque, i finiani «siano conseguenti e mandino a casa» il governo.

Ieri Gianfranco Fini, in collegamento telefonico con la prima convention campana di Generazione Italia, l’associazione presieduta da Italo Bocchino, riferendosi ai «giudizi su alcuni comportamenti emersi in questi mesi», aveva spiegato che devono esserci «due stelle polari. Il garantismo, per cui chi è indagato è innocente fino a prova del contrario», ma poi la valutazione sulla «opportunità» di conservare incarichi politici per chi viene indagato. Perchè, aveva ragionato Fini, «legalità significa rispetto delle regole da parte di coloro che hanno maggiori responsabilità. Dunque, presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva, ma al tempo stesso «mi chiedo se è opportuno che chi sia indagato continui ad avere incarichi politici».

Ecco perchè – aveva soggiunto il presidente della Camera – «occorre discutere tra di noi su come selezionare la classe dirigente. Non voglio gettare sale su ferite recenti, ma quello che è accaduto in Campania deve far riflettere. Occorre candidare coloro che hanno la qualità per onorare bene la carica». Fini aveva ironizzato anche sui disturbi di linea durante la conversazione: «Sulla legalità c’è qualche interferenza… lo dico scherzando».

«Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».

L’attacco a Verdini e Cosentino

Presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva, ma al tempo stesso «mi chiedo se è opportuno che chi sia indagato continui ad avere incarichi politici». Il riferimento è al coordinatore regionale della Campania Nicola Cosentino: «Non capisco – dice Fini – come mai si è dimesso da sottosegretario e non si è dimesso dalla carica di partito».

E ne ha anche per la Lega

«Le leggi non possono servire per tutelare i furbi e garantire un salvacondotto… Devono servire a ben altro». Un discorso generale, ma che il Presidente della Camera sintetizza con un esempio recente, la vicenda delle quote latte: «Per compiacere la Lega si è messo un emendamento che comporterà sanzioni europee».

Le reazioni politiche

«Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno in questo modo ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia». Lo scrive in una nota il coordinatore nazionale del Pdl, Sandro Bondi, commentando l’intervento di Gianfranco Fini ad una convention di Generazione Italia a Napoli.

Trovava “ridicola” l’idea dei ex colonnelli An e berluscones di deferire ai provibiri del Pdl Fabio Granata, così ieri Gianfranco Fini, verbalmente preceduto dai fedelissimi Bocchino e Urso, ha scelto di riequilibrare il livello di scontro interno al Pdl portandolo senza ridere tre passi più in là verso il dirupo: ha chiesto, di fatto, le dimissioni di Denis Verdini da coordinatore del partito e con l’occasione, già che c’era, ha ribadito l’opportunità che anche Nicola Cosentino lasci il proprio incarico da coordinatore della Campania. Altro che Granata. Si parli piuttosto di chi è “indagato”. Un piattino servito freddo al punto giusto, dopo che per tutta la domenica il cofondatore del Pdl, come gli accade spesso poco prima di menar fendenti in prima persona, aveva predicato ai suoi “nervi saldi” e “toni bassi”.

Via la prudenza

E invece, appena chiuso il sacro weekend familiare, il presidente della Camera mette da parte la prudenza e sceglie di dare un titolo di lavoro (“questione Verdini”?) alla settimana che comincia, prendendo a occasione una convention napoletana di Generazione Italia. Filo rosso, ancora una volta, quella “legalità” agitando la quale l’ex leader di An, come capo di un futuribile partito tutto suo, è triplicato nei sondaggi dal 4 al 12 per cento. “La difesa della legalità deve essere una bandiera dell’azione del Pdl, e occorre distinguere la giusta tutela del garantismo, perché si è innocenti fino al terzo grado, dall’opportunità di continuare a mantenere incarichi politici quando si è indagati”: eccoli, gli innominati Verdini e Cosentino. Interessante a questo punto notare che la prima parte della frase ormai ricorre in ogni discorso del presidente della Camera: quel che cambia è il finale, che si adatta al momento. Un mese fa, litigando con Sandro Bondi, Fini aveva parlato di “opportunità di mantenere incarichi quando c’è una richiesta d’arresto”: lì l’obiettivo unico era Nicola Cosentino. Decapitato Cosentino dal governo e incassate le migliorie sulle intercettazioni, mercoledì scorso al discorso del Ventaglio Fini si era limitato a chiudere dicendo un vago “ma non si può giustificare ciò che giustificabile non è”.

Ieri, dopo l’attacco a Granata e le dimissioni di Verdini dai vertici del Credito cooperativo, il presidente della Camera fende la questione senza esitare. Complici, peraltro, le voci che nel Pdl si rincorrono su un imminente arresto del triumviro. Complice la copertura arrivata anche dall’editoriale del Corriere della Sera (“Il partito che caccia via chi dissente è leninista, non liberale”), passato di mano in mano tra i finiani e pienamente sottoscritto dal leader di riferimento. Il quale infatti in videoconferenza dice: “Non si può considerare un provocatore chi pone la questione morale e non si può reagire minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa”, et voilà, chiuso l’affaire Granata. Poi, consapevole che le sue posizioni scalderanno come non mai il tema della sua permanenza nel Pdl, Fini chiarisce: “Il Pdl è la nostra casa, non c’è alcuna intenzione di lasciarla, anzi abbiamo il dovere di impegnarci dall’interno per renderla migliore”. Praticamente l’annuncio di un incubo, per Berlusconi (“non se ne può più”, lamenta infatti Cicchitto). Del resto, se il tema della ricucitura tra i due leader del Pdl è ormai consunto (“o si parlano a quattr’occhi o è rottura”, si ripete nel partito ma nessuno sembra crederci più), se è vero che i finiani “non se ne vanno né si fanno cacciare” come dice Bocchino, resta ancora da capire se e quando il Cavaliere vorrà scatenare la guerra. Di certo, spiega un finiano: “Quello di Fini e quello di Berlusconi sono due treni che corrono l’un contro l’altro sullo stesso binario, e nessuno dei due si fermerà”.

da L’Unità del 27 Luglio 2010

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