Culture Liguria

Di guardia (Racconto di Natale)

Di guardia (Racconto di Natale)

(A.Cacciola Donati – Onda International, 20/12/16) – Nell’occasione del S.S. Natale ripropongo il seguente racconto di Umberto Vittorio Cavassa. Scritto nel 1911 è stato pubblicato lo stesso anno da il “Mare” e ci parla della guerra in periodo natalizio, vissuta da alcuni soldati. Il racconto è un po’ triste, ma ci permette di tenere presente, tra panettoni e spumante, l’altra faccia del Natale: quella delle persone che per innumerevoli motivi soffrono in solitudine. Con loro e per loro ricorderemo con l’Autore:  “Chi non ha un fiore nel passato?”  Buon Natale!

Torcigliani, appena mi vide, m’assalì, rosso in viso, trasfigurato:
– Lo sai cosa c’è?
– Cosa c’è?
– C’è che siamo di guardia, proprio la sera di Natale doveva toccare a noi!
– Chi te l’ha detto?
– Il sergente furiere.
– E dove ci han messo?
– Al fulmicotone.
– Al fulmicotone!!
– Capisci che bel Natale! Ah! Se non fosse per queste (e si tirava rabbiosamente le stellette) se non fosse… vedi… mi comprometto qualche volta; sento che la va a finir male!
Si allontanò imprecando: rientrai in camerata e tirai giù lo zaino per affardellarlo, poco dopo capitò Pieri.
– Di guardia al fulmicotone.
– Bravo! Ci sono anch’io. Bel Natale eh?
– Bel Natale!
Un giovanotto strano Pieri: alto, tarchiato – vero tipo dell’artigliere– aveva nel volto una finezza signorile che non poteva celarsi sotto la maschera di un abituale apatismo; eravamo amici: io studente in legge, egli appena laureato in medicina, tra i tiri in batteria, la scuola d’armi, le guardie, qualche volta si parlava d’arte, di poesia, di politica: spesso tacevamo: Pieri era un misantropo.

Di guardia (Racconto di Natale)

Il maresciallo di picchetto sfilò la guardia: – “Attenti guardia! Guardia fianco destr… destr! Ai vostri posti, marche! ”  Il trombettiere, in testa, squillò le note sbarazzine del cambio, e via!
Il fulmicotone si trova a qualche ora di marcia dal quartiere, su per i monti dirupati, nudi, aspri della Liguria, in fondo a una forra sinistra e paurosa. E’ una gola tetra, selvaggia, senza una casa, un albero, un vigneto: solo, sperduti qua e la, depositi di proiettili, polveriere, batterie d’obici e di cannoni, la notte non v’è silenziosa: lo scrosciar d’un torrentaccio tutto rapide, razzai, cascate e il    “Chi va là!” delle sentinelle portano nell’anima un infinito senso di desolazione. Gravati del dolce peso di un panettone o di parecchie bottiglie, salivamo su lentamente.
L’ombra era già scesa: ci si sentiva piccoli, piccoli noi sette in mezzo alla grandezza della natura selvaggia in quella foschia tetra che sembrava sorgere dal forrone, ma si cantava. La gioventù è fatta così: la sera di Natale, a noi, parlava un muto linguaggio di tristezza: ognuno rimpiangeva un focolare, una famiglia, una nota chiesetta, una bocca appassionata di fanciulla… ma si cantava, e il vento raccoglieva il nostro canto o lo portava via, lontano, lontano…
Ed ecco siamo al nostro distretto,
la sentinella da il Chi va là:
il Capoposto spiega la guardia,
rende gli onori ai vecchi soldà

Soltanto la calda voce baritonale di Pieri non si udiva: cupo ed accigliato il dottore “ (lo chiamavamo così) procedeva tutto assorto in se stesso.
– Pieri, che hai?
– Nulla.
Veniva l’urlo, rabbioso, del torrente e il fischio del vento.
O dolce casa! O dolce paese lontano! A quell’ora le care vie erano affollate, la gente si pigiava, lieta, davanti alle vetrine sfarzose, i giovanotti seguivano le ragazze mormorando complimenti, ed era in tutti una letizia, una gioia, un sorridere continuo, una voglia d’essere allegri mentre le campane suonavano a distesa: chi si ricordava dei poveri soldati in quella sera?
Il coro riprendeva:
La mia morosa
l’è capricciosa
la vol che vada
a dormir con le’…

O povera fanciulla lontana, lontana tutta bella, tutta pura…
– Chi va là!
– Guardia ohè! Siamo noi, animale! Oh! Giù quel fucile!
– E’ questa l’ora di venire?
– Troppo presto?!
Una risata; eccoci nella casuccia: i due caporali hanno già firmato il rapportino. – Buona guardia!    – Grazie, buon Natale! Attenti al collo giù di lì! –
La guardia smontante s’avviò al quartiere. Restammo noi sette.
O Pieri!
– Oh!
– Bel Natale, eh?
– Bel Natale!

Di guardia (Racconto di Natale)

Due compagni andarono a montar il primo turno di sentinella: aprirono l’uscio: entrò il vento, freddo, fischiando.
. . . . . – Una povera servetta, ma bella, bella…
Pieri raccontava: seduti sulla panca in faccia al camino protendevano le mani verso la fiamma in atto sacerdotale. Il pandolce era ormai consumato, vuote le bottiglie – anche i compagni di sentinella avevano ricevuto la loro parte – il capoposto, Torcigliani e Monaldi, con indosso la giberna e lo sciabolino, dormivano sul tavolaccio avvolti nelle coperte e nei gabbani: noi due vegliavamo.
Pieri parlava, a voce bassa, un po’ roca, quasi soffocata; forse il vino l’aveva alquanto eccitato, forse la notte di Natale era per lui troppo piena di affetti.
– . . . Povera Vannuccia! – resisteva, trovava che non potevo, io ricco, sposare una poverella, ma, capisci, io volevo una conquista, facevo il quarto anno di medicina e abbisognavo di un’avventura da raccontare nei caffè, con gli amici, con le donne: la perseguitai, le giurai cose folli, incredibili, feci l’attore piangendo ai suoi piedi, capisci, feci il farabutto all’eccesso… ed ella, poverina, a poco a poco cedette, capisci e… la notte di Natale – io andai da lei, e poi, capisci, la piantai: da Bologna venni a Pisa. Cosa dovevo fare? Quando uno è vile, è vile! Come facevo io, studente azzimato, profumato, amico di tutte le gran signore in voga a sposare una povera serva? E i miei, in casa, che avrebbero detto? Non ero mica quello d’adesso, allora: mi capisci eh? Ero un altro: adesso sono un povero scemo, allora ero un farabutto inguantato; venni via, e non ci pensai più.
L’anno scorso diedi gli esami di laurea. Ero preparatissimo: domandai di sezionare un cadavere per alcune mie osservazioni speciali. – “Senta, mi disse il professore, la prego di far molta attenzione” Compresi subito: si trattava d’un soggetto morto della malattia vergognosa che… guai a tagliarsi! Io… sorrisi, capisci, ero… io ero sicuro di… sai… del fatto mio… perché non potevo… la capisci la mia testa era tutta nel caso… si, comprendimi… la scienza insomma…
Era in preda ad un orgasmo pietoso.
– Mi avvicinai… tranquillo eh! Mi avvicinai tranquillo… una donna, poveraccia di quelle… io la… così… senza pensarci… io la guardo…
– No, Pieri, no – balbettai atterito, comprendendo.
– Si, hai indovinato – continuò pallido, stravolto – Vannuccia era, capisci, Vanuccia divorata dal male infame, e io che avevo assassinata quella povera carne con i miei baci, dovevo ancora squartarla, capisci, tagliarla tutta, ma io urlai come un pazzo…
Proruppe in lacrime: silenziose e amare; i compagno dormivano; una piccola fiamma azzurrognola ondeggiava sulla brace: per le fessure fischiava sempre il vento.
Si calmò,
– Mi scuserai ora (aveva nella voce un tremito strano) mi scuserai se qualche volta ti tratto un po’ male… e anche gli altri; non è per animo cattivo, vedi, io vi voglio bene più di quello che credete… specialmente a te sai: ti voglio bene come a un fratello ma a volte non posso essere come voi: l’ho sempre qui nella mente, sai, la vedo sempre, sempre, sempre.
Tacque: tese le mani verso la fiamma: gli altri tre dormivano sempre, s’udiva nel silenzio angoscioso il gemito sottile, sottile di un piccolo legno verde che ardeva. Sembrava una voce lontana, un lamento d’oltre tomba.
– Di’!
– Cosa?
– Lo sai che è la notte di Natale?
– Lo so.
– La passo bene io!
Non seppi confortarlo.
– Che ora è?
Mezzanotte meno venti.
– Vado a rilevare l’amico, qui sotto: diglielo a Torcigliani che vada lui lassù, e anche al caporale…
– Si, si, sta tranquillo.
Prese il fucile, si mise il kepi, tirò giù il sottogola.
– Ciao eh!
– Arrivederci, Pieri, buona guardia!
Aprì la porta: scomparve.

A mezzanotte un colpo di fucile ci fece tutti trasalire: l’eco lo ripercosse cupamente per la campagna immersa nel buio,
Balzar su tutti, afferrare le armi, caricarle fu un attimo.
Si uscì all’aperto cautamente.
– Qualche mandria di canaglie – borbottò il capoposto – mettiamo anche la baionetta, non si sa mai: tu, Monaldi, resta qui e sta attento. – Piano piano noi tre scivolammo tra i cespugli e gli arbusti fin quasi al casotto della sentinella.
– Pieri! O Pieri! Dottore!
– Accidenti al vento! – brontolava Torcigliani – porta via la voce, non può mica sentire!
Forse Pieri era là, in qualche angolo buio, ventre a terra, pronto a far fuoco dove scorgeva il minimo movimento sospetto: se avesse colpito uno di noi!
E non sì poteva chiamarlo a voce alta senza attirarci l’attenzione di quei briganti che avevano sparato e che, nel buio, forse c’erano vicini.
– Pieri! Pieri! Col cuore sospeso procedemmo ancora. Lo trovammo: un foro in direzione del cuore e un rivo di sangue. Accanto il fucile. Il caporale lo prese e: E’ ancora caldo – balbettò – ha sparato lui… si è ammazzato.
Ed era la notte di Natale. Su nel cielo le stelle palpitavano, palpitavano e sembrava che qualche cosa di puro, di soave, di nostalgico aleggiasse lassù.
La notte di Natale! Sogni lontani, rimembranze affettuose e tristi, baci perduti che danno ancora dolcezza: baci, lacrime e sorrisi, memorie e sogni!
Quanto di puro, di buono abbiamo nell’anima non fiorisce, forse, nella notte di Natale? Non si ritorna un po’ tutti fanciulli? Non si piange un po’ tutti nel nostro cuore? Non c’è un amico perduto, un focolare spento, una mamma da desiderare, una fanciulla triste, lontana lontana?
Chi non ha un fiore nel passato?
Ma nella forra selvaggia tutto era sinistro: la morte come la vita, i monti sembravano più alti, più fantastici, più neri: in fondo alla gola muggiva, rabbiosa il torrente e dal buio, dalla foschia tetra, dall’ombra paurosa veniva, come un fiato malefico, il fischio – gelido – del vento.

Umberto Vittorio Cavassa, Sampierdarena – Dicembre 1911
(tratto da “Il Mare” del 25 Dicembre 1911)