Culture

Il racconto: L’amico uzbeko

(P.Luporini – Onda Newspaper, 14/06/14) – Italiano in Russia, arrivo in febbraio con mia moglie Irina e i miei due figli Fabio e Mario, con la neve alta un metro e mezzo.
Mi stanco di stare in città.
Mi trasferisco definitivamente in campagna ai primi di maggio.
Mi reco alla casa del mio vicino, per conoscerlo.
Lui è uzbeko.
Mi offre il tè.
La moglie è incinta.
Le manca poco per partorire.
In questa situazione di scarsa comunicazione, mi offro di assisterli con la mia macchina, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per un’eventuale urgenza.
In effetti, due settimane dopo lui mi chiama e mi dice che le si sono rotte le acque e mi chiede di accompagnarli in città.
Arrivati in clinica, il vicino uzbeko mi chiede cosa mi deve.
Gli rispondo: «Non mi devi niente. L’ho fatto perché mi ha fatto piacere farlo.».
Rimane stupito.
Per il rientro a casa della bambina e della mamma ci pensa lui.
Dopo un anno gli nasce un’altra bambina e l’uzbeko, ora provvisto di macchina, la porta da solo in clinica.
Per il rientro, però, non aveva possibilità di accompagnarle a casa e lui, che ora mi chiama fratello, “????, brat”, che vuol dire fratello in russo, si rivolge a me, che mi presto.
Così, quando mi vede, mi dice: «Fratello, la prima figlia me l’hai portata a nascere, la seconda me l’hai riportata a casa.».
Siamo sempre rimasti amici e, per qualsiasi ricorrenza, russa o italiana, ci ritroviamo a cucinare i nostri piatti tipici migliori e a mangiare e bere.
Ci incontriamo, facciamo festa, beviamo, discutiamo, seppure la nostra comunicazione sia difficile, riusciamo a capirci.
E, poi, parliamo anche di religione.
Anche se lui è di religione mussulmana, l’ho convinto ad assaggiare i salami che faccio io, che, modestia a parte, sono buonissimi.
Ha gustato anche le mie salsicce arrosto e lui mi porta le sue cose quando torna dalle visite ai parenti e una volta mi ha portato del salame di cavallo, cotto, un po’ speziato, davvero molto buono.
Una cosa bellissima che mi ha detto è stata quella della visita a suo padre, fedele mussulmano convinto, con tradizioni radicate.
Il figlio aveva portato al padre i salami che gli avevo dato io, ma questi si era rifiutato di assaggiarli, anzi aveva cominciato a rimproverarlo.
L’amico uzbeko, allora, disse a suo padre: «Se ci dovesse essere un’altra persona a sedere a questa tua tavola, quella dovrebbe essere il mio amico italiano.».
A quel punto, il padre assaggiò il salame fatto da me, anche se in vita sua non aveva mai mangiato prima, in ottantadue anni, carne di maiale.