Culture

Pink Floyd, il crepuscolo dei titani

(R.Tortarolo – Il Secolo XIX, 08/11/14) – Titani addio. La musica è finita. «Ci azzuffiamo e ci combattiamo, ci insultiamo in faccia, ma c’è questa cosa che facciamo… quei momenti insieme sotto la pioggia, con il sole o durante la tempesta, questa cosa facciamo…». Se deve finire, che sia con una ballata e con i versi di una donna, la moglie di uno dei contendenti. L’arena ora ha i contorni baluginosi di “The Endless River”, il malinconico farewell dei Pink Floyd da ieri a disposizione di chi non abbia mai sfiorato una leggenda.

A vent’anni dall’ultimo disco in studio, “The Division Bell”, suona come una tregua con il tempo, non con il rancore. Perché in 55 minuti di rock strumentale, a volte sublime, l’assenza è persino più forte del ritorno. Non c’è più Rick Wright , il tastierista al quale i due superstiti David Gilmour e Nick Mason, hanno dedicato questo sigillo, questa pietra che si posa su tutto. Forse per sempre. Non c’è naturalmente Roger Waters, lo stregone che screziava tutto con ansie e allucinazioni, sino a un clamoroso divorzio dalla band.

E a una battaglia legale durissima. Non c’è più l’illustratore dei loro dischi, Storm Thorgerson, visionario come i quattro Pink. A volte di più. E non c’è, sempre perché si esce di scena nei modi più inaspettati, Syd Barrett, che dalle corde della sua chitarra precipitò in un buio insondabile, così profondo che gli dedicarono “Wish You Were Here”, vorremmo che fossi qui. Ma tutti sapevano che da quelle tenebre non sarebbe più riemerso. Ma i titani non si arrendono.

La pace non esiste nemmeno nei volti segnati dalle rughe di Gilmour e Mason, oggi, che un lancio mondiale ben congeniato ha sostituito con altre di vent’anni fa, dove i tre amici sembrano sospesi nei giorni di festa di concerti e tour che dovevano ripagare la fiducia del pubblico. A voler essere sinceri, “The Endless River” è più materia per psicanalisti o teologi: c’è un momento in cui si placa qualsiasi conflitto, o siamo schiavi delle nostre energie più nascoste sino all’ultimo?

Questa musica rarefatta, pulsante, ipnotica, discende dalle session per “The Division Bell”: «Un giorno del 1993, io, Nick e Rick ci siamo semplicemente messi a suonare come avevamo fatte tante volte in passato» dice Gilmour, il chitarrista che sfrecciava come un nuvola impazzita nel cielo dei Pink Floyd «eravamo solo noi tre, per il piacere di quello che sarebbe successo». Poi la Storia ha coperto tutto, i tre Pink si sono riconciliati con Waters una sola volta, a Hyde Park per Live 8, nel 2005.

Ciascuno, poi, è andato per la propria strada. «Abbiamo uno stile, una varietà di suoni» dice Gilmour, a proposito di quelle session «che chiunque faccia questo mestiere aspira ad avere. Si cerca di distinguersi dagli altri, e noi francamente non somigliamo proprio a nessuno». È vero, se non fosse che Waters è ancora in giro, fa concerti e pubblico con le stesse canzoni. Ma un conto è interpretare quello che hai scritto, un altro far parte di un’entità che trascende i bisogni elementari: fare soldi, adattarsi al marketing o ai piani industriali.

È questo che mancherà dei Pink Floyd: l’assoluta libertà di creare, a costo di essere fraintesi ed esclusi: «Come quando nel 1968 abbiamo suonato alla Royal Albert Hall ed ero sicuro che ci avrebbero bandito per sempre…» prosegue Gilmour. Ora che “The Endless River”, «il titolo nasce dall’ultimo verso di “High Hopes” in “The Division Bell”…» è sul mercato, la fiamma può ardere ancora ma l’avventura, quella magia che lega un artista alle persone comuni, è come la Terra immaginata prima di Copernico: oltre non c’era nulla, o come minimo il vuoto eterno.

Probabilmente, non ci mancherà proprio questo disco, dal sound perfetto e con evocazioni che danno i brividi, ma l’idea che domenica prossima a Glasgow, per i Mtv Ema, gli Oscar europei della musica, l’asticella generazionale tocchi il suo picco con gli ondivaghi U2 e un tributo al vecchio, astuto e terribile Ozzy Osbourne dei Black Sabbath segna quel confine.

Se Bono è uno zio che si fa il lifting, che dire dei Pink che fanno ciao ciao da un affresco sonoro che non vale “Ummagumma” o “Animals”? Quale parte dell’Iliade dovremmo invocare, esclusa la caduta di Troia, per far capire la grandezza di questi rissosi, colti, imprevedibili principi della musica contemporanea?

«È più forte delle parola la cosa che facciamo, più forte delle parole…» ha scritto Polly Samson, una bella scrittrice inglese che ha sposato Gilmour un anno dopo queste session. Lui dice che sono parole benedette perché esprimono bene quello che i Pink hanno fatto. E che questo disco vorrebbe suggellare. È così, ma fino a un certo punto. Non c’è pace, in fondo ai vostri cuori quando lo avete ascoltato tutto. Perché i titani verranno sì imprigionati ma appartengono a un tempo epico. E certe battaglie, «ci siamo azzuffati e combattuti», rimarranno per sempre.

Original source: http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2014/11/08/ARF5jjVC-titani_floyd_crepuscolo.shtml