Liguria Non categorizzato

Una vecchia questione di confine tra Santa Margherita L. e Pagana

(Arturo Ferretto – Il Mare, 27/02/1915) – Il 18 aprile del 1798 il Consiglio dei Sessanta della Repubblica Ligure divise tutto il territorio di essa in venti giurisdizioni ed in 156 cantoni; il 28 aprile il Consiglio dei Senatori diede il suo ampio assenso al quadro, di bel nuovo approvato dal Consiglio dei Sessanta, con legge apposita del 24 maggio.
La nostra fu chiamata Giurisdizione del Golfo Tigullio; ed è la prima volta che questo nome tanto strombazzato si diede al nostro bel Golfo, rievocando in tal modo il nome dell’antica Tigullia o Tigulia.
Della nuova Giurisdizione, su cui crebbe l’attuale Mandamento fecero parte i Capi Cantoni di Rapallo, Zoagli, Santa Margherita, Portofìno e San Giacomo di Corte, che diedero origine ad altrettanti Comuni, tuttora esistenti, ad eccezione di quello di Corte soppresso ed assorbito da quello di Santa Margherita.
Si ritornò in tal modo all’epoca dei Comuni, più spesseggianti però, nati all’ombra della lega lombarda.
I novelli Comuni ebbero per confine i confini delle parrocchie in essi compresi, tanto più che la detta legge del 24 maggio 1798 decretava che «ciascuna parrocchia forma un Comune», che non fu eseguita tassativamente, perché si verificò subito il caso di più parrocchie, comprese in un solo Comune.
La Raccolta delle Leggi e gli Atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure non modificò i confini, onde le liti che esistevano prima del 18 aprile 1798, tra le singole parrocchie, passarono come triste retaggio, voluto dalla necessità incalzante dei nuovi eventi, ai Comuni novelli.
Alla formazione del Comune di Santa Margherita concorse in parte il vecchio Quartiere di Pescino, che assorbì tutto l’ambito della Parrocchia di Santa Margherita, quartiere che al mare, verso oriente, confinava col Quartiere di Olivastro, che abbracciava la parrocchia di San Michele di Pagana, e per conseguenza il confine che passò a far parte del Capo Cantone di Rapallo, confine civile orientale alla spiaggia del quartiere di Pescino con quello del quartiere di Olivastro coincideva a puntino col confine ecclesiastico delle due parrocchie di Santa Margherita e di Pagana.
Ciò ricorda le antiche provincie romane, che andavano foggiate pari passo colle diocesi cristiane, i pagi colle Pievi battesimali, i vici coi titoli o parrocchie minori.
Anche alla fine del secolo XII, quando per l’elemento incalzante imperiale, che avversava il consolato, emanazione popolare, prese consistenza la Podesteria di Rapallo, il nuovo governo stese la sua civile giurisdizione da Portofino a San Pietro di Rovereto, seguendo i confini delle parrocchie. La strada carreggiabile, che da Pagana conduce a Santa Margherita, cominciando dal cancello d’ingresso della Villa Spinola sino alla via Sella (anticamente via del Bagnaresso) fu allargata sul tratto d’una viuzza vecchia, denominata Crosa, che era angustissima sotto il muraglione di sostegno dell’attuale elegante villino Roccatagliata, già villa con casa patronale dei Contardi, passato ai Lasagna ed ai Veneroso.
Da detta villa sbucò sempre un piccolo beudo detto Rivolo del Bagnaresso, che scorgesi tuttora, affacciandosi al parapetto della strada carreggiabile a mare, dove il parroco di Pagana da tempo immemorabile (come così già dicono i testimoni d’un processo dell’8 giugno 1736) era solito venire in processione alle Rogazioni.
Le Rogazioni, quantunque nell’odierno Diritto Canonico costituiscano un semplice atto di culto, pure nella fattispecie dell’applicazione di detto Diritto nella diocesi di Genova e in altre diocesi, si credeva non solo un semplice atto di culto, ma anche un’affermazione di diritti parrocchiali di confine.
Infatti il parroco di Pagana recandosi ogni anno processionalmente sul Molo di Langano, afferma i suoi vecchi diritti riconoscendo e facendo rispettare il confine delle due parrocchie di Rapallo e di Pagana, diritto e riconoscimento che non misconoscono per ciò che riguardava lo due parrocchie Pagana e Santa Margherita i testimoni del 1736.
Noto per incidenza che il 18 giugno del 1556 il Podestà di Vezzano (diocesi di Luni) scrive al Senato di Genova che il 14 maggio giunsero i Turchi mentre che «questi homini andati con donne o figioli con la processione confalone e croce con i preti come si sole fare in processione per riconoscere la loro iurisdicione come è loro consuetudine e usanza».
Le Rogazioni, almeno nella credenza del popolo, erano un riconoscimento di giurisdizione, e di un diritto possessorio.
Chiudo la parentesi.
Non uno, ma parecchi atti ci dicono che la località Porticciuolo, che era ristretta ad un sol punto, né si estendeva, era l’estremo limite del Quartiere di Olivastro e per conseguenza della Parrocchia di Pagana, e costituiva un triangolo, un angolo acuto del quale veniva a combaciare col Rivolo del Bagnaresso, avendo al lato destro il mare e dall’altro la crosa vecchia, ristretta e murata, che guidava a Pagana.
Come conferma di ciò che scrupolosamente asserisco, facendo esulare qualsiasi spirito di campanilismo, dicendo bianco al bianco, riporto un atto del 25 aprile 1611, tolto dalle filze del notaio Giovanni Andrea Ottoveggio, che conservansi nell’Archivio Distrettuale di Chiavari.
Rimase sconosciuto ai parroci belligeranti di Pagana e di Santa Margherita, i quali per voler tirare di troppo l’acqua al loro mulino, dissero non poche bugie.
L’atto consiste in una donazione fatta dal Signor Benedetto del Bene al nipote Vincenzo Favale, di parecchi beni, tra i quali (traduco dal latino) «un pezzo di terra domestica situata nella Cappella di San Michele, giurisdizione di Rapallo, luogo detto Portigiolo alberata di ulivi, fichi, viti, confinante da un lato cogli eredi di Vincenzo De Bernardi.
Ora, se fin da quel tempo la terra di Porticciolo fosse stata di spettanza della parrocchia di Santa Margherita, il notaio rogante Ottoveggio, sammargheritese, non ignaro delle località, non avrebbe commesso né ammesso quello errore, e avrebbe inserto nell’instrumento che la terra si trovava nella cappella di Santa Margherita.
La terra di Porticciolo passa adunque nel Vincenzo Favale; e come sua proprietà ed a lui spettante, dopo un trentennio della donazione, il 13 giugno del 1641 viene periziata dai Periti Antonio Gennaro, Francesco Morello e Gervasio Borzone, i quali cominciando a notare i beni della cappella seconda di San Michele, prendendo le mosse dalla località di Trevello, registrano «appresso Maggio» dopo i beni dei de Bernardi «una terra di capitan Vincenzo Favale luogo detto Porgiolo, con canne viti, fichi, et altri alberi, confina di sopra la via, di sotto i1 lito del mare, da un lato li eredi del quondam Gio: Francesco de Bernardi, dall’altro la via; lire ventitrè di rendita, fondo lire 460».
Il 26 maggio del 1642 i periti Gennaro e Borzone, in compagnia del nuovo perito Tommaso Parmero, alla presenza di Gio: Battista Mari, commissario eletto e deputato a fornire e terminare detta Carattatta cominciano a notare:
«Signore Gio: Battista Lasagna quondam Magnifico Bernardo per terra con casa olive vite et altri frutti luogo detto Bagnaresso, confina di sopra Lorenzo e Gio: Battista Quaquari di sotto il lito del mare, da ambi i lati la via; lire cento rendita fondo lire 2000».
La villa Lasagna (ora proprietà Roccatagliata) al Bagnaresso era il primo bene immobile del quartiere di Pescino e parrocchia di Santa Margherita, e trovavasi tra due strade, una la crosa dei Gemelli, ai piedi della quale si aperse il varco la strada, che guida alla Stazione, di sotto avea per confine il lito del mare, saltando così i periti la piccola via del Bagnaresso, ora Via Sella, che realmente passava sotto il muro della villa Lasagna, di sopra trovavansi i beni di Lorenzo e Gio: Battista Quaquaro, chiamandosi la località sempre Bagnaresso, al disopra di detti Quaquaro eravi la località di Peverara, che faceva angolo con due strade, l’una la continuazione della Crosa dei Gemelli, l’altra al di sotto dell’attuale Hotel Guglielmina.
I registri delle Caratate, su cui Periti dei due quartieri differenti e per conseguenza delle due parrocchie distinte descrivono accuratamente le terre periziate, equivalgono ai moderni Catasti, e uniti ad altre prove che non mancano, hanno forza giuridica e validità d’ineccepibile documento, se non che nelle liti che si agitarono nel secolo XIX le parcelle di queste Caratate, così chiare a chi conosce la topografia, furono malamente interpretate da entrambe le parti.

Il Porticciuolo, posto adunque nella cappella seconda di San Michele, quartiere dell’Olivastro, cambia di padrone.
Infatti il 23 marzo del 1643 il capitano Vincenzo Favale del fu Bartolomeo lo vende con tutti i suoi annessi e connessi a Pompeo De Bernardi del fu Paolo. Della vendita stipulò 1’atto il notaio rapallese Stefano Sertorio, ed è strano che, mentre tutti gli istrumenti del predetto notaio conservansi tuttora costipati in filze nell’Archivio Distrettuale di Chiavari, manchi proprio la filza, contenente tutti gli atti del 1643.
L’istrumento però è citato, come richiamo, nelle posteriori liti, né è messo in dubbio dalle parti, e conti-nua a confermare che il Porticciuolo, era l’ultima appendice della Parrocchia di Pagana.
E che di lì avea termine il borgo di Santa Margherita è pur detto dal testamento del 16 maggio 1624 e codicillo del 5 aprile 1625 del magnifico Ottavio Contardo, il quale lasciando erede universale la figlia Brigida sposa del magnifico Gio: Battista Lasagna, stabiliva un legato perpetuo di annue lire 200 per una povera donna, certa Vittoria Zolezzi, la quale abitava al Bagnarezzo in capite eiusdem burgi versus Rapallum, cioè in capo al Borgo di Santa Margherita, verso Rapallo, e precisamente in una casetta di proprietà di Vincenzo Favale, segno evidente che il Favale, il quale possedeva la villa triangolare di Porticciuolo, ove non era ancora sorta abitazione alcuna, avea pure beni all’entrata del borgo di Santa Margherita.
Essendo morto il 31 luglio del 1646 il Rev. Gregorio Roisecco, parroco delle due chiese annesse di San Siro e di Santa Margherita, S. E. il Cardinale Stefano Durazzo, arcivescovo di Genova, pensò di renderle indipendenti, smembrandole l’una dall’altra, il che fece con decreto del 27 settembre 1646.
Scomparve il decreto originale dall’Archivio della Curia Arcivescovile di Genova, e dall’Arcivescovo Distrettuale di Chiavari, ma dalle copie rimaste emerge che l’Archivio assegnò alla nuova parrocchia di Santa Margherita «il territorio che è al di qua della via pubblica posto fra i beni posseduti dal magnifico Giovanni Lasagna e al di qua del rivolo, posto fra i beni del fu Giacomo Vincenzo de Bernardis del fu Giacomo e del fu Pietro Vinelli del fu Giacomo dalla parte orientale sino al mare, interposti i termini dividenti la giurisdizione di San Siro e di Santa Margherita.»
La parcella del decreto fu malamente interpretata dalle parti, in seguito contendenti, e più malamente ancora dalle Congregazioni Romane, perché si falsò il pensiero dell’ Arcivescovo, il quale evidentemente nel decreto parlava del confine tra Siro e Santa Margherita, e non del confine di quest’ultima con Pagana.
Lo sbaglio nacque nel persistere che i beni del Lasagna fossero unicamente quelli del Bagnaresso, mentre altri ne possedeva altrove.
La luce maggiore, che illumina il punto controverso, pomo di discordia secolare, proviene da un atto del 21 settembre 1646, stipulato dal notato sammargaritese Andrea Ottoveggio.
In esso Gio: Agostino Schiattino del fu Nicolò, d’anni 69, ad istanza dei Massari della Società del Corpus Domini istituita nella Chiesa di Santa Margherita, si esamina circa i confini delle due parrocchie di San Siro e di Santa Margherita e dice:
«Che l’ultimi confini della chiesa parrocchiale di Santa Margherita dalle parte occidentale verso la costa e di detta Parochia sono le terre dell’adesso quondam Magnifico Ottavio Contardo ora possedute dal Magnifico Sig. Gio: Battista Lasagna confine ad una strada pubblica che divide il territorio di detta Parochia di Santa Margherita dappa Parochia di S. Siro di detto luogo di Santa Margherita e così ancora uno beo (ossia rivolo) che giunge ai piedi di detta collina che sbocca in lo fossato grande di San Siro che resta tramezzo le terre lasciate sotto fidecommesso perpetuo dallo quondam Nobile Vincenzo de Bernardi qn. Giacomo, qual beo e strada pubblica dividono dalla cima della collina sino allo detto fossato grande e publico lo territorio e giurisdizione delle dette Parochie di S. Siro e S. Margherita».
Come si vede le persone surricordate sono stesse, che appariscono nel decreto Durazzo, ed è chiaro che tanto nell’un documento quanto nell’altro, che ne è conseguenza, si delimita il territorio tra S. Siro e Santa Margherita, mentre quello di Santa Margherita, confinante con Pagana, rimaneva inalterato come prima.
E inalterato dovea rimaner pure il Porticciolo, ultimo promontorio della parrocchia di Pagana.
Il 25 gennaio del 1653 Gio: Francesco de Bernardi, figlio ed erede del fu Pompeo, divide in due lotti il Porticciolo e vende parte di esso per il prezzo di lire 300 al sacerdote Gio: Battista Quaquaro, vendendogli l’altro lotto il primo agosto del 1653 per L. 700.
I due lotti sono posti in due beudi, quello di sopra all’Hotel Metropole e il solito beudo o tombino tra la strada ed il mare: è detto che trovansi in Capella Sancti Michælis Quarterii Olivastri, risultando tutto ciò dagli atti del notaio Bartolomeo Fasciato, che trovansi in Genova nel R. Archivio di Stato, e questa compra è poi confermata dallo stesso Qunquaro con atto del 23 novembre l686, in atti del notaio Michele Queirolo.
Come se tutti questi atti non bastassero per affermare, senza dubbio alcuno, la giurisdizione della parrocchia di Pagana sul Porticciuolo, portano un nuovo sussidio i due Agenti, o Consiglieri del Quartiere d’Olivastro, Andrea Maino e Gio: Battista Maino, ciascuno dei quali, per conto proprio, il 3 agosto 1687, negli atti del predetto notaio Queirolo dice:
«Io dico d’essere andato ad estimare ad istanza del M. Rev. Sig. Prete Gio: Battista Quaquaro quondam Sig. Lorenzo una possessione domestica con una poca terra salvatica dell’infrascritto Sig. Prete Gio: Battista Quaquaro, arborata di olivi fichi viti, et altri alberi, posta nella capella di Santo Michele di Olivastro capitaneato di Rapallo vicina al luogo di Santa Margherita alla quale confina di sopra la strada pubblica di sotto il mare, da un lato verso oriente il fossato, ossia beudo morto, e dal lato verso occidente non vi sono confini, atteso che detta terra è triangolare. E vista e rivista detta possessione e bene da me considerata di compagnia di Gio: Battista Maino mio collega ed estimatore publico di detto Quartiere dice detta possessione di valuta di scuti mille argento di stampa e corona di Genova e più di un annuo reddito di scuti trentasei argento.»

Il Quaquaro, con atto del 14 agosto 1687, assegnò come patrimonio ecclesiastico al nipote Francesco Bertollo, figlio di sua sorella Caterina, la predetta villa, ed il notaio Carlo Boasi, cancelliere arcivescovile, dichiara che essa è triangolare, che è posta nella cappella di S. Michele, nel quartiere dell’Olivastro, e presso il luogo di Santa Margherita, nella località chiamata il Porticciolo, tra una via, il fossato verso Pagana, ed il mare. I Parroci di Pagana, nelle liti posteriori, aggiungono che la denuncia di questo patrimonio si fece nella parrocchia di San Michele, ma di questo certificato minuzioso non rinvenni traccia.
Dal 1611 al 1687 adunque nessuno ha sognato di togliere il vecchio e non mai disturbato possesso della villa triangolare di Porticciolo alla cappella seconda del quartiere d’Olivastro, e per conseguenza alla parrocchia di Pagana, per farne un regalo al quartiere di Pescino, e per conseguenza alla parrocchia di Santa Margherita.
Il Quaquaro avea su quel grazioso lembo di terreno, baciato e sferzato dal mare, vagheggiato una piccola casa, e ne avea gìà le fondamenta gettate, quando lo colse improvvisamente la morte il 7 ottobre del 1687.
Il 9 ottobre del 1687 le sorelle del defunto, in atti del notaio Michele Queirolo, tessono l’inventario dei beni del loro fratello tra cui «sotto la volta fatta di fresco a Porticciolo una tavola da mangiare sopra con due armarii, una banca da sedere, due scabelli e mattoni 100 circa.»
La villa colla volta fatta di fresco del Porticciuolo, previa facoltà della Santa Sede, il 14 novembre del 1693 passa per il prezzo di L. 2000 in proprietà del miglior offerente, cioé del signor Delfino Roisecco, coll’obbligo impostogli il 29 marzo del 1694 dall’Arcivescovo di Genova di un censo a favore della chiesa di Santa Margherita.
E si noti ancora che mentre in un Registro della Caratata di Santa Margherita del 1698, che conservasi all’Archivio di Stato, gli Incaricati del «Raguaglio della Broccatura dall’olio» del Quartiere di Pescino cominciano a descriverci al Bagnaresso la villa del magnifico Giacomo Veneroso (succeduto nei diritti al Lasagna) posta fra tre strade, gli Incaricati dello stesso Ragguaglio del quartiere di Olivastro descrivono il 28 aprile 1699 i beni di Delfino Roisecco luogo detto Portigiolo.
Per un periodo adunque di quasi cent’anni nessun sammargaritese, sia rivestito di qualche dignità, nessuna autorità ecclesiastica o civile, osò turbare il diritto possessorio, che senza contrasti vantava sul Porticciuolo l’Agente, o Consigliere del Quartiere d’Olivastro ed il Parroco di San Michele di Pagana.

Le cose cominciarono a prendere un’altra piega nel primo decennio del settecento.
Il Delfino Roisecco, proprietario del Porticciuolo, sopra la volta, che avea trovato nella villa, cominciò a fabbricare una casa a due piani con cancello al giardino verso Santa Margherita. Al di sotto del cancello rimaneva un piccolo spiazzo con olmo secolare, presso il quale veniva processionalmente col popolo suo il parroco di Pagana. Lo spiazzo si restringeva, o per meglio dire la punta del triangolo, strozzata dalla crosa, discendente da Pagana, e dal mare, terminava al rivo del Bagnarezzo, o tombino, che usciva dalla villa soprastante.
Se non che il Roisecco, munifico benefattore della chiesa di Santa Margherita, amante del natio luogo e del campanile patrio, amicissimo del Rev. Antonio Maria Tamburini, arciprete di Santa Margherita, del quale sposò in seconde nozze la sorella Maria Giovanna (il 27 luglio 1709) misconobbe subito l’autorità e l’ingerenza del Parroco di Pagana, coartando i suoi primi coloni spinte o sponte a ricevere i Sacramenti dalla parrocchia viciniore di Santa Margherita: ma fu richiamato all’ordine e severamente ammonito da Mons. Vincenzo Maria Pini, canonico teologo della Cattedrale di Genova, e Vicario della Curia Arcivescovile, il quale con lettera del 20 febbraio 1706 ingiunse al Roisecco, di riconoscere per parroco quel di Pagana, vietando a quello di Santa Margherita di ingerirsi nella casa del Porticciuolo.
Ci fu dunque dopo cent’anni di legittimo possesso, uno sconfinamento, ma l’autorità ecclesiastica richiamò subito all’ordine chi facea strappo al diritto.
Il Roisecco fece testamento il 21 aprile 1718, fondando sui beni di Porticciolo una cappellania con messa quotidiana nella chiesa di Santa Margherita, lasciando però usufruttuaria la moglie Tamburini.
Il testamento, stipulato dal notaio sammargheritese Giacomo Quaquaro fatto «nel luogo di Santa Margherita nella casa di esso nobile testatore posta a Porticciuolo» dice che la villa domestica è «arborata d’olivi, fichi, pomi, pere, cerese, limoni citroni ed altri diversi albori domestici con casa da Patrone e con cantina, con giardino a lato di detta casa che guarda verso Ponente chiamati tutti sudetti beni Porticiollo a quali tutti confina di sopra la strada pubblica, di sotto la marina, da un lato il fossato e dall’altro la Piazza lastricata».
La piazza lastricata era il nuovo confine prima di arrivare allo sbocco del tombino.
Morì il Roisecco il 27 agosto 1720 e morì l’arciprete Tamburini il 18 maggio del 1734.
Prima di morire l’Arciprete, dimentico del primo decreto della Curia Arcivescovile, uscì di bel nuovo dal suo confine.
Il 30 novembre del 1702, avea preso possesso della chiesa di Pagana il Rev. Gio: Lorenzo Arzeno, che difese a spada tratta il suo giusto diritto.
Il 16 maggio del 1734 in atti del not. Domenico Queirolo, fece esaminare un testimonio ottuagenario, un certo Agostino Chiesa, il quale afferma:
«Io dico che il confine che divide la Parochia di Santa Margherita da quella di San Michele, è quella acqua che resta nella spiaggia tra Santa Margherita e S. Michele chiamata Acqua del Bagnaresso e questo lo so perché essendo morto l’ora quondam Signor Gerolamo Orero in Santa Margherita fu portato il suo cadavere accompagnato dal Rev. Sig. Parocho di Santa Margherita fino alle sudette acque del Bagnaresso, dove ivi aspettava detto cadavere il Rev. Sig. Parocho di questa Parochia di S. Michele, et ivi in detto luogo ossia confine delle suddette Parochie il Rev. Sig. Parocho di Santa Margherita consegnò detto cadavere al Rev. Sig. Parocho di S. Michele e detto Rev. Sig. Paroco di Santa Margherita consegnato che ebbe ivi detto cadavere se ne ritornò indietro alla sua Chiesa di Santa Margherita e il Rev. Sig. Paroco di S. Michele accompagnò detto cadavere alla sua chiesa di S. Michele, dove ivi fu dato sepoltura e il simile fu fatto all’ora quondam Sig. Dionisio Orero quondam Francesco, che morse pure in Santa Margherita et il di lui cadavere fu portato a sepellire pure in S. Michele dopo qualche tempo della morte del detto qm. Sig. Gerolamo Orero accompagnato parimente fino alla sudetta acqua del Bagnaresso dal Rev.mo Sig. Paroco di Santa Margherita e consegnato ivi al sudetto Rev. Sig. Parroco di S. Michele, nell’istesso modo che seguì del detto qm. Sig. Gerolamo. Ho sempre poi veduto che nel fare le rogazioni dove tante volte vi sono andato, tutti li R. R. Signori Parochi di S. Michele vanno a cantare l’evangelio et altre preci solite in simili funzioni sino e su i detti confini dell’acqua sudetta del Bagnaresso.»
Il 23 giugno del 1734 la chiesa sammargheritese fu conferita al milanese sacerdote Carlo Salomone Megherle, e il 29 novembre dello stesso anno fu conferita quella di Pagana al sacerdote Gio: Lorenzo Roncagliolo, arciprete di Cicagna, essendo morto il parroco Arzeno.
Entrambi arrotarono le armi.

Il 16 giugno del 1735 il novello Parroco di Pagana ed i massari esposero all’Arcivescovo di Genova:
«L’anno 1700 circa fu edificata casa in terra l. d. Porticciolo, nello distretto della parochiale di S. Michele di Olivastro come consta da termini dividenti detta parochiale e la capella di Santa Margherita, quando l’anno 1646 a 27 di settembre fu eretta in parochia et ab immemorabili dallo ricevimento e consegna di cadaveri, dalle processioni, anche di là detta casa, e moderna dalla pubblicazione di detta terra fatta in San Michele, quando fu assignata in patrimonio al M. Rev. Sig. Francesco Maria Bertollo, mansionario dell’insigne collegiata delle Vigne. L’anno poi 1706 l’Arciprete di Santa Margherita per fare cosa grata a sua sorella, di essa, voleva usurparsela, perciò ricorso il Rettore di essa a questa Curia, il quondam Rev.mo Vicario Pino visis videndis e pratico dei confini di dette parrocchie inibì a detta sorella e a qualunque riconoscere altro per proprio parocho che quello di S. Michele, e all’Arciprete di Santa Margherita né immediatamente né mediatamente far funzioni parochiali in detta casa, con pena di scuti 100 e della scomunica, come dalli atti di questa corte 20 di febbraio e dalla relazione dello nunzio il 22 marzo del prefato anno. Ora il moderno Arciprete avendo persuasi li abitanti di della casa a sacramentarsi a Santa Margarita di più portato ad essa il Santo Viatico e l’Estrema Unzione ad inferma che morta l’11 di maggio a mezzogiorno di notte segretamente portata in sua parochia, di giorno l’interrò in sua chiesa, il Parocho e Massari di S. Michele humilmente supplicano V. S. Ill.ma e Rev.ma ordinare a detti habitanti portarsi a S. Michele per soddisfare al precetto pasquale e circa l’Arciprete pigliare espedienti provisioni acciò non restino pregiudicati sì per oviare a inconvenienti eminenti e che già sarebbero seguiti, se persona inimica di contese non vi avesse riparato il che sperando profondamente s’inchinano.»
La lite è adunque al suo inizio.
La parte avversaria, che deve necessariamente salvarsi dalle accuse, e rispondere a questo ricorso, fa esaminare il Rev. Giacomo Pellarano, parroco di San Siro, il quale il 31 agosto 1735, in atti del not. Giacomo Banchero, dice:
«Signor sì che sono a pieno informato della casa posta nel presente luogo di Santa Margherita ove si dice Porticciolo e che il fu signor Delfino Roisecco ha lasciato nella di lui eredità, alla qual casa al presente confinano cioè davanti il piccolo giardinetto, di dietro la villa detta Porticiolo delli eredi di detto quondam signor Delfino, da un lato il lido del mare e dall’altro lato la Piazzetta che resta contigua alla detta casa e detta piazza mediante la strada pubblica, et è la stessa casa che il fu M. Rev. Sig. Gio: Battista Quaquaro principiò a far fabricare. É ben vero che dopo aver fatto fare il fondo e volta del medesimo lo stesso fu R. P. Gio; Battista Quiaquaro passò da questa miglior vita d’accidente apopletico, e così la detta fabrica restò in tal modo imperfetta. La villa che al presente possiedono in detta parte gli eredi del detto quondam Sig. Delfino Roisecco in detta vicinanza di Porticciolo annessa alla detta casa era in quei tempi posseduta dal detto fu Rev. Gio: Battista che come ho detto principiò a far fabbricare la detta casa, avendo anche ferma memoria, che detto Quaquaro fece fare tutti li fondamenti di detta casa ossia le quattro muraglie di detto fondo nella marina, due delle quali, cioè tanto quella verso occidente quanto quella che riguarda la detta strada, ossia verso tramontana sostenevano come si vede al giorno d’oggi il terreno di detta villa d’ambedue le parti.
In appresso passò all’altra vita il detto Quaquaro e il detto fu sig. Delfino Roisecco dopo d’aver acquistato detto stabile dalli detti heredi del detto quondam Rev. Gio: Battista Quaquaro proseguì la fabrica di detta casa con essersi valso di detti fondamenti cioè di detto fondo: è ben vero che il detto fu sig. Delfino verso tramontana si dilatò alquanto nel terreno sudetto di modo che la detta casa resta del tutto fabricata in mare a risalva de pochi palmi occupati dall’androne dinanzi la sala ossia dal gioco delle scale per uso delle mezzarie di detta casa e dopo di questa il detto fu sig. Delfino fece pure far fabbricare in mare il piccolo giardino che resta dinanzi e contiguo alla casa sudetta.
Dico ancora che la detta casa e delle pertinenze della detta Chiesa Archipresbiteriale di Santa Margherita, e da dopo che è stata fabricata vi ho sempre veduto esercire dall’Arciprete ossia dal di lui curato tutti quegli atti possessori ossia di giurisdizione ecclesiastica soliti a farsi da R.R. Parochi nei stabili alle loro respettive giurisdizioni soggetti come di benedizioni e cose simili.»
Il teste, come è evidente, ci tesse una lunghissima storia della casa, ignora affatto i cent’anni di possesso per parte del Parroco di Pagana del Porticciuolo, e in ultimo, come razzo finale, discorre degli atti di culto, che ivi esercitò il Parroco di Santa Margherita, atti però abusivi, perché il Roisecco costringeva i suoi coloni ad essere sacramentati in Santa Margherita.
Il teste era però in buonissima fede. Tre altri testimoni si esaminano per conto dell’Arciprete di Santa Margherita, cioè i preti Michele Figari e Gio: Domenico Lnpinaro, e Giacomo Novello.
Il primo ed il terzo teste, il 12 novembre del 1735 ed il secondo teste, il 28 novembre, sono concordi nell’affermare «che il spartimento di questa Parochia di Santa Margherita da quella di San Michele era la strada che porta discendendo verso la marina, che derivava dalla crosa del sig. Gio: Francesco Orero, che portava l’acqua sino al mare, ed ivi era un vacuo dietro la casa del sig. Delfino Roisecco, ove si radunavano le acque, che calavano in mare, e questo vacuo era il termine de confini di ambe le Parochie, qual vacuo da molti anni in qua è stato chiuso.»
I testi sammargaritesi nella loro preziosa confessione ammettono che la crosa degli Orero (o crosa dei Gemelli) che discendeva presso l’imboccatura della strada della Stazione, tagliava la crosa, che veniva da Pagana, e si snodava portando l’acqua dalla marina, tagliando in linea retta il Porticciolo, dando in tal modo la parte abitata alla parrocchia di Santa Margherita e la villa, (dove più tardi sorse il Metropol) a quella di Pagana.
La continuità però della crosa, o vacuo, era chiusa da parecchi anni.
I testi sammargaritesi ammettevano in tanto che al di sopra del Porticciolo, la crosa degli Orero, ossia dei Gemelli, era … il vero confine con Pagana e Santa Margherita, onde avea pur ragione il parroco di San Siro ad affermare, nella deposizione citata, che l’Arciprete di Santa Margherita veniva a far le Rogazioni «sino alla terra del sig. Delfino Roisecco», perché appunto la parte sinistra in ascendere la crosa dei Gemelli, spettava alla giurisdizione di S. Margherita, avendo il parroco di Pagana la giurisdizione sulla parte destra in ascendere, e più in basso, spettandogli la striscia trian¬golare, che terminava alla foce del Tombino.
Da tutto l’insieme emerge che ebbe torto il Parroco di Pagana nel pretendere più tardi che il beudo del Bagnaresso, che mettea foce alla marina, fosse in tutto il suo decorso il limite divisorio delle due parrocchie, come ebbe torto il parroco di Santa Margherita di ammettere che il limite divisorio fosse invece il beudo che scorreva al di sopra dell’Hôtel Metropol, fatto che non si sognarono di ammettere neppure i testi sammargheritesi del 1735, che erano interessati nella causa.

L’esame della controversia, ormai acuitasi tra i Parroci di Santa Margherita e Pagana, fa affidato all’Arciprete di Rapallo, vicario foraneo, Rev. Paolo Vignolo, il quale, per essere chiavarese, poteva emettere un giudizio non velato da spirito di parte.
Egli infatti, il 29 novembre del 1735, scrisse al Vicario della Curia Arcivescovile:
«In coerenza di quanto V. S. Rev.ma con stimatissima de 16 giugno si degnò incaricarmi circa il memoriale presentato dal Rev. Rettore e Massari della Parrocchiale di S Michele cotro il sig. Arciprete di Santa Margherita per dovere sopra l’esposto in esso prendere le dovute informazioni e che sentite le parti procuri di comporle altrimenti e rifera ciò che sarà risultato, feci prontamente avvisato il detto Sig. Arciprete ad effetto di sentire le sue ragioni giacché dal R. Rettore e Massari di S. Michele ero stato bastantemente informato; ma non essendo mai comparso né esso né altri per lui, stimai bene intanto pprendere le dovute informazioni sì per mezzo di persone antiche e pratiche di quei contorni, come con la mia ocular ispezione portatomi a riconoscere i confini di dette Parochie; ed infatti pare che la casa controversa resti situata entro il distretto della Parochia di S. Michele, che estende i suoi termini anche più oltre secondo il disegno fatto da persona pratica di quei Confini che ho stimato accertato trasmettere a V. S. Rev.ma segnato di mia mano propria.
Appariscono i confini di dette Parochie dall’atti fatti l’anno 1646, quando fu eretta in Parochia la allora Capella di Santa Margherita e fu segregata dalla parochia di S. Siro ricevuti il 27 settembre dal fu notaro e cancelliere Gio Battista Aronio da quali pare similmente che detta casa resti nel distretto di S. Michele il che consta anco dal pubblico catasto, che descrive la detta Casa in detta Parochia di S. Michele il di cui parroco ha sempre procurato mantenersi nel gius della medesima sì con atti come con processioni et anco con l’inibizioni che impetrò l’anno 1706 contro gli attentati di quel Sig. Arciprete.
Esso ancorché avvisato sul principio della mia commissione per mezzo di D. Bartolomeo mio nipote, non ho potuto avere l’onore di sentirlo, e solo dopo averlo eccitato ultimamente con mia, risponde con sua de 27 cadente aver esposto in voce a Mons. Ill.mo nell’estate passata in Chiavari circa detta casa pretesa dal Sig. Rettore di S. Michele e sua Signoria Ill.ma ebbe risposta che venendo la ventura primavera a queste parti avrebbe deciso l’affare, che avendo inteso ch’io mi sono portato a visitare la casa che il suddetto Sig. Rettore di S. Michele vuol porre in controversia senza che a lui ne sia stato dato motivo alcuno, perciò per non pregiudicarsi n’ha fatto partecipe l’Ill.mo e Rev.mo Mons. Arcivescovo e siccome ora sente che il sudetto sig. Rettore insta appresso di me per venire alla decisione (ciò che per altro non è vero che solamente sono apprestato a dover eseguire le mie incombenze come gli ho sergnato) perciò esso è pronto a metter le sue ragioni in mie mani, perciocché detto Sig. Rettore abbia la bontà d’esporre in scritto le sue dimande e come egli pretenda la casa di Portigliolo di sua Parochia ch’esso altresì darà risposta parimente in iscritto alle di lei pretensioni e proverà ch’è soggetta alla sua come è stata in tempo del suo antecessore e spera che in avvenire sarà, altrimenti si riserba a giustificarlo alla venuta dell’Ill.mo e Rev.mo Archivescovo la primavera ventura. Questo è quanto posso a V. S. riferire riferendo il detto memoriale.»

La Curia Arcivescovile, visto il memoriale col tipo annesso, con decreto del 7 dicembre 1735, assegnava la casa controversa al Parroco di San Giacomo di Corte.
Il decreto inconsulto, che non fu mai revocato, non dava lo scioglimento della questione, il che poteva esser fatto, rimontando all’origine di essa, ed in tal modo si veniva viemmaggiormente a complicare la matassa.
Venne il 14 maggio del 1736 in visita a Pagana l’arcivescovo Mons. Nicolò Maria De Franchi, i Massari fecero le debite lagnanze, mostrando a Monsignore i vecchi Stati di Anime, ossia censimenti, nei quali risultava censita sotto Pagana la casa di Porticciolo, ed ebbero incoraggiamenti a far valere i loro diritti.
Essi si accinsero all’opera, fecero istruire un nuovo processo negli atti del notaio Vincenzo Cagnone.
Il 17 maggio del 1736 Maria Tommasina Cavassa si esamina:
«Io dico che anni 38 in circa il quondam Lorenzo Roisecco mio marito prese in locazione dall’ora quondam Sig. Delfino Roisecco una terra con casa chiamata Portigiolo posta nella Parochia di S. Michele d’Olivastro del presente Capitaneato di Rapallo e così io assieme col detto mio marito andai ad abitare nella casa che è in detta villa, e vi continuassimo per quattro anni e nel decorso di detto tempo io partorii una figlia in detta casa la quale il suddetto ora quondam sig. Delfino Roisecco, mio padrone, mi obbligò e volse che la portassi a battezzare nella Chiesa Parochiale di Santa Margherita e dopo qualche poco tempo la medesima figlia mi morse ed il medesimo sig. Delfino mio padrone volse che la facessi interrare in sudetta Chiesa di Santa Margarita e tanto io come il sudetto ora quondam Lorenzo mio marito fecimo battezzare ed interrare detta nostra figlia in suddetta Chiesa di Santa Margarita perché vi fossimo obligati da sudetto fu sig. Delfino, nostro padrone, e perché non ci mandasse via da detta villa, ma per altro pubblicamente sentivo dire che detta casa e villa era nella Parochia di S. Michele di Olivastro.»
La forza e la violenza del piccolo Don Rodrigo avea trionfato un’altra volta sul diritto, e questo trionfo servì in seguito come punto di partenza per vantare, per parte dei Sammargaritesi, il possesso sul Porticciolo.
Un altro teste d’anni 82, Angelo Costa del fu Benedetto, dice:
«Io dico che anni 30 in circa io testimonio in compagnia dell’ora quondam sig. Capitano Fruttuoso Costa mio fratello negoziavo del grano et in detto tempo aveva la gabella della pinta e gambetta, cioè per il luogo di Rapallo e Parochia di S. Michele di Olivastro l’ora quondam maestro Agostino Vallebella, e per ponere detto grano avevano preso a pigione dall’ora quondam sig. Delfino Roisecco mio zio una sua casa posta in luogo chiamato Portigiolo e la gabelletta di detto grano la pagavo al sudetto ora quondam Agostino Vallebella, collettore della medesima per il luogo di Rapallo e Parochia di S. Michele, senza che mai Maestro Matteo collettore di Santa Margherita abbia preteso di scodere cosa alcuna, perché veramente la suddetta casa situata in luogo detto Portigiolo è sotto la Parochia di S. Michele di Olivastro statavi fabricata dal sudetto fu sig. Delfino mio zio che saranno anni quaranta circa.»
Il teste è nipote del Roisecco, il padrone, che avea per il primo coartato i coloni a sacramentarsi nella chiesa di S. Margherita, e pone in rilievo il continuato possesso del Porticciolo per parte dell’autorità civile di Rapallo e di Pagana, rappresentata dagli esattori della gabella del vino e del grano. Il teste aggiunge che «detta casa è situata nella Parrocchia di S. Michele, et io ho più volto veduto venire il Paroco di S. Michele a fare le rogazioni sopra una piazzetta alla Marina che resta sotto e poco distante da detta casa.»
L’8 giugno del 1736 si istruì un altro processo, ove si escussero dieci testimoni, alcuni dei quali sammargaritesi.
Tra essi Giuseppe Niseggi, d’anni 64, afferma:
«Io dico che la villa ossia terra doll’ora quondam Magnifico Gio: Battista Lasagna presentemente posseduta dall’Ill.mo Sig. Gio: Giacomo Veneroso quantunque fra li altri confini, cioè dalla parte di sotto, habbia per confine la spiaggia ossia lido del mare, tal confine però non resta a tutta la lunghezza di detta villa ma bensì in parte della medesima verso levante vi resta per confine una strada pubblica, et essa mediante una terra chiamata Porticiolo con casa in quella statavi fabricata dall’ora quondam sig. Delfino Roisecco, i fondamenti della quale sino alla volta di detta erano già stati fabricati dall’ora qm. M. Rev. Sig. Gio: Battista Quaquaro.
Dico pure che in detto sito che resta sotto per confine alla sudetta villa Lasagna in parte verso levante vi era un olmo piantato, e che la sudetta casa che vi è stata fabricata, l’hanno fabricata nel terreno che restava di sopra detto olmo dalla parte sempre verso levante e così detto olmo restava nanti detta casa dalla parte verso ponente.
Dico parimente che prima che fosse fabricata detta casa in sudetta terra chiamata Porticiolo il M. Rev. sig. Rettore di S. Michele assieme col suo popolo è sempre venuto processionalmente a fare le rogazioni a confini della sua parochia cioè anche più distante di detto olmo in vicinanza di Santa Margherita e per suo cofine della Parochia di S. Michele da quella di Santa Margherita vi era un beudo ossia rivolo d’acqua qual esce dalla sudetta villa Lasagna e sbocca in mare a confini d’una piazzetta, che resta sotto detto olmo.»
Il teste termina coll’aggiungere che la casa rimase per molto tempo disaffìttata «per la pretenzione che aveva il sig. Roisecco che gli abitanti di essa andassero a riconoscere la Parochia di Santa Margherita».
Lo stesso affermano maestro Agostino Scarsella del fu Matteo, il Rev. Benedetto Roisecco, canonico di Corte, il quale aggiunge un curioso particolare, cioè che il Parroco di Pagana, oltrepassava l’olmo del Porticciuolo, recandosi sulla piazzetta, sotto cui sboccava il rivolo uscente dalla villa Lasagna-Veneroso «et una volta che il Rev. Arciprete di Santa Margherita volse andare sino in vicinanza di detta piazzetta e di detto olmo a fare anche esso le Rogazioni, il Rev. Paroco di S. Michele essendosi veduto perturbare nella sua Parochia si inoltrò anche esso et andò a fare le rogazioni sopra la spiaggia della Marina di Santa Margherita anni cinquanta in circa».
Cristoforo Novella dichiara che nella casa di Porticciuolo nacque un figlio a Geronimo Brizzolese, battezzato a Pagana, e che ammalatasi la moglie di detto Geronimo, il Delfino Roisecco, padrone di casa, l’avea fatta portare in altra sua abitazione posta nella parrocchia di Santa Margherita «e questo lo fece per far interrare detta donna in detta Chiesa di Santa Margherita, e levarla dal Rev. Parocho di San Michele, ed in tale forma pregiudicarlo del gius parochiale e che del mese di maggio del passato anno 1735 morse una altra giovine in detta casa di Porticiolo e la notte successiva alla di lei morte portarono via di detta casa detto cadavere e lo riposero in una casa sopra la Parochia di Santa Margherita e nella medesima la fecero interrare.»
Il Rev. Bartolomeo Costa si esamina che negli anni 1733 e 1734 d’ordine del Parroco di San Michele andò a benedire la casa di Porticciuolo «a confini di detta Parochia di S. Michele verso Santa Margherita e mi ricordo che la seconda volta che benedissi detta casa un abitante di quella mi diede il solito riconoscimento ossia decima solita darsi da ognuno in tempo di tale benedizione».
La lite subì un arresto.
La casa col giardino e villa di Porticciolo, dopo la morte del Roisecco, erano passati in usufrutto alla moglie Tamburini, e morta essa nell’agosto del 1754, l’asse divenne proprietà dei Massari della Chiesa di Santa Margherita, rimanendo, in quanto allo spirituale, sotta la giurisdizione del Parroco di Corte usque ad ius cognitum.
Ma questo diritto, col volgere degli anni, non venne mai riconosciuto.

Il 28 maggio del 1752 prese possesso della parrocchia di Santa Margherita il novello arciprete Geronimo Benedetto Costa, per rinuncia dell’antecessore Megherle.
Il 24 giugno del 1748 era morto il Roncagliolo, parroco di Pagana, e dopo una lunga vacanza, il 23 gennaio del 1749, fu eletto nuovo parroco il Rev. Gio: Lorenzo Gimelli.
Tanto l’uno che 1’altro erano nati nelle parrocchie, delle quali fu loro commessa la cura, e per conseguenza andarono a gara nel difenderne i contrastati diritti.
Il Gimelli, il 16 febbraio 1760, iniziò una nuova lite, esponendo alla Curia Arcivescovile.
«Come nel distretto di detta sua Parochia vi è situata una casa in luogo chiamata Porticiolo, quale nell’anni scorsi avendo più volte tentato d’occupargliela furtivamente il M. R. Arciprete della Chiesa di Santa Margherita Quartiere di Pescino, capitaneato sudetto fece ricorso il Paroco di suddetta Parochiale di S. Michele presso il Rev.mo Vicario Generale di quel tempo, il quale per caosa di tali indebiti attentati, ordinò che pro interim il M. R. Preposto della Parochiale di S. Giacomo di Castello amministrasse i Sacramenti alli abitanti di detta casa e vi esercitasse tutti li giuri parrochiali usque ad ius cognitum.

Non ha mancato fra tanto esso M. R. Comparente di far più volte instanza al moderno M. R. Arciprete di Santa Margherita acciò voglia declinare dall’ingiusta cavillosa pretensione, il quale ha sempre ricusato, benché indebitamente di ciò fare; che perciò Io stesso per provvedere alla propria indennità e dei futuri di lui successori, insta, e richiede che dal prefato Rev.mo Vicario Generale e dal di lui Ufficio, quale etc. venga dichiarato spettare la della Cura alla suddetta Parochia di S. Michele come esistente nel suo distretto e non esser lecito al detto M. R. Arciprete di S. Margherita tentare di fare in essa alcun atto parochiale o provederli di giustizia in qualsivoglia altro miglior modo».
Dalla parte sammargheritese si ventilò di nuova la vecchia questione che tra la casa e la villa Porticciolo corresse un beudo, che scendesse dalla crosa degli Orero, o crosa dei Gemelli.
Se non che il 24 aprile 1760, negli atti del notaio Pier Battista Molfino, furono esaminati tre testimoni, Andrea Marrè, d’anni 79, patron Costantino Solari, d’anni 80, ed Agostino Casaccia, d’anni 80, ciascun dei quali dice:
«Dico et attesto che la villa e casa posta a Portigliolo altre volte propria nel quondam sig. Delfino Roisecco, con giardino attiguo alla medesima dalla parie verso ponente, compone ed ha sempre composto un sol corpo unito senza essere in cosa alcuna distinta, o separata la villa dalla casa, essendo questa stata fabbricata nel corpo della medesima villa, et a piano della stessa, senza che mai vi sia stata fra la casa e la villa ossia dietro la medesima casa verso levante né strada né fossato o rivolo divisorio la villa dalla casa, qual villa e casa è sempre stata triangolare et ha avuto sempre per confini invariabili di sopra la strada, di sotto il mare e da levante (verso Rapallo) il beudo e da quella parte ove forma il triangolo (verso Santa Margherita) vi è una piazzetta ossia strada che passa di sopra la predella villa e viene ad unirsi alla detta piazzetta in confine del mare.
Dico pure che la strada del sig. Orero la quale discende nella sudetta strada confinante continua circolando verso ponente sempre alla riva del mare, né a memoria d’uomini la detta strada d’Orero ha traversato ossia continuato nella detta villa di Delfino Roisecco per essere stata la medesima villa al di sopra chiusa senza alcun passo o separazione dalla medesima villa, e l’acque che discendono dalla detta strada d’Orero, giunte nella detta altra strada confinante, hanno sempre calato ossia havuto il suo corso per la detta altra strada verso ponente sino al mare per essere la medesima strada pendente, e porta necessariamente per conseguenza la acqua al mare non avendo mai a memoria d’uomini 1’acque che discendono dalla detta strada Orero avuto il suo corso ordinario in detta villa, ma bensì hanno continuato sino al mare verso ponente.
E tutta detta villa con casa è sempre stata et è come formando un sol corpo, della detta Parochia di S. Michele e per tale è sempre stata tenuta e considerata anche da quelli di S. Margherita… et in occasione che da questo magnifico Fisco moltissimi anni sono fu fatta una visita in detta casa a motivo di un furto, o altro, per non sapersi il reo, furono obbligati gli uomini di detta Parrocchia a soddisfarlo».
Al 9 maggio del 1760 il Vicario della Curia Arcivescovile ingiunse all’Arciprete di Rapallo di far eleggere alcuni periti, i quali dovessero riconoscere se dietro la casa di Porticciolo, verso Oriente, esistessero indizi in base ai quali si potesse affermare che tra la casa e la villa contigua fosse corso qualche canale.
Il processo fu istruito il 7 giugno.
Tre maestri muratori si esaminano che per fare la casa fu tagliato uno scoglio, e che per conseguenza l’acque non avrebbero potuto ascendere, ma si sarebbero raccolte in un recipiente, di cui sarebbe rimasta qualche traccia. Altri dicono che passando in tempo di pioggia, non si sono mai accorti d’immissione d’acque nel Porticciolo.
I testi sammargaritesi sono ex auditu e dichiarano di aver inteso dire che prima della fabbrica passavavi l’acqua; che le rogazioni di Santa Margherita andavano molto avanti, e che vi erano morte persone, sepolte poi in Santa Margherita, e che la casa non era incorporata alla villa.
La Curia Arcivescovile delegò l’architetto Benedetto Corvetto per pronunciarsi intorno al beudo, che i sammargaritesi volevano che esistesse come continuità della crosa Orero-Gemelli, e per conseguenza come limite delle due parrocchie, ma il Cervetto il 23 agosto del 1763 riferì:
«Dietro la detta casa verso oriente non solo non vi ho trovato, né conosciuto verun indizio né segno alcuno, da cui si possa né abbi potuto capire che nelli anni passati tra essa casa e villa annessa vi potese essere strada, valletto o canale publico o altro publico recipiente di acqua derivante dalla strada superiore e descendente al mare; ma anzi ho riconosciuto e trovato tutto al contrario dall’antichità delle muraglie di detta villa fabricate molto più prima di detta casa, da qual casa dalla parte del mare resta sostenuta dalla detta più antica muraglia che rinchiude detta villa, così che detta casa resta per conseguenza incontrastabilmente fabbricata dentro il circoito di detta villa, per essere dentro il muro della medesima villa, il che pure dà a vedere aperta muraglia antichissima, che resta nel vacuo della stalla presso di detta casa da detta parte orientale, a qual muraglia che regge il terreno di detta villa si vede assicurata da contro scarpa in tempo della fabrica di detta casa, e questa muraglia prova essere impossibile che prima di detta casa potesse mai passare fra essa casa e villa verun vialetto, o canale pubblico dalla strada superiore al mare la qual strada superiore dovea per necessità avere lo stesso passo e sito descendente alla marina verso ponente, che ha al presente onde ne viene pure che detta villa e casa forma un sol corpo uno stabile solo e tutto come in una sola clausura circondata in seguito da uno stesso muro. Dico pure che la detta villa dalla detta parte occidentale termina benissimo anche in oggi con figura di triangolo, qual figura doveva essere un perfetto triangolo prima nella fabrica di detta casa fabricata dentro la punta del medesimo triangolo.»
Protestò l’Arciprete di Santa Margherita, e il 24 settembre del 1763 la Curia Arcivescovile elesse in nuovo perito il celebre architetto Pietro Cantone, che il 26 settembre dichiarò non essere mai esistito tra villa e casa «alcun indizio né di strada né di fossato né di qualunque altra divisione».
In base a questa relazione Mons. Francesco Maria de Vecchi, vicario generale, sentenziò che la casa e villa di Porticciolo spettassero al Parroco di Pagana, accordandogli facoltà di farvi tutte le funzioni come Parroco.
Apertasi la scheda della sentenza, l’Arciprete di Santa Margherita (il 2 novembre) si riservò di protestare, movendo altro appello, e il Parroco di Pagana accettò la sentenza in parte, protestando per non avere il Vicario condannato nelle spese il suo avversario.

I Massari della chiesa di Santa Margherita ai quali spettava la casa e la villa di Porticciolo ricorsero ad un’astuzia, il 21 novembre del 1763, durante la notte, fecero murare le porte per le quali si accedeva alla villa lungo la crosa, aprendo un accesso verso Santa Margherita, posto sulla piazzetta, ove terminava la punta del triangolo, per il quale si entrava al giardino, ove una scalinata facea capo alla porta d’ingresso della casa.
Ma fecero i conti senza 1’oste, perché a nulla valse quel mutamento.
L’Agente del Quartiere di Olivastro, ossia il rappresentante dell’autorità civile (e si noti non l’Agente di Pescino) il 29 novembre del 1763 supplicò il Magistrato delle Comunità in Genova per vendere quel mozzicone a punta di piazzetta sotto il giardino di Porticciuolo, e che facea capo al noto beudo o tombino, discendente dalla villa Veneroso, esponendo che misurava palmi 35 in quadro che serve ad uso comune, e che era situato nella Parochia di S. Michele, convertendo il prezzo ricavato per restaurare la crosa che da Pomaro andava a Rapallo.
Il 30 dicembre il Magistrato delle Comunità scrisse al Capitano di Rapallo di porre all’asta pubblica la piazzetta di Porticciolo, ed il Capitano Michele Spinola, informando il 15 gennaio del 1764 detto Magistrato circa le pratiche seguite per la vendita, dice che «il detto sito da vendersi e la strada che desidera accomodarsi sono dentro i confini del Territorio della Parochia di S. Michele».
La vendita della Piazzetta fruttò L. 40 e fu acquistata da Gervasio Figallo per conto di Francesco Cagnolaro.
Nel gennaio del 1764 fu ripresa di nuovo la lite tra i due Parroci per terminare poi alle calende greche.

I Massari della Compagnia del Sacramento, istituita nella Chiesa di S. Margherita, l’11 agosto del 1767, accensarono ad Agostino Favale la casa con villa o giardino di Porticciolo, di cui erano padroni, mediante il fitto di lire 160 annue.
L’atto, stipulato dal notaio sammargheritese Giacomo Maria Castagneto, così descrive i beni:
«Una villa domestica arborata di viti, ulivi, fichi, peri, pomi, limoni, citroni et altro con canneto in essa e con casa di due solari e fondi e giardino alla stessa contiguo arborato di limoni e cetroni esistente detto giardino davanti alla stessa casa e con piazzetta esistente attigua alla detta casa dal lato di Tramontana dentro però le mura di detta villa e con altra piazzetta davanti al detto giardino et alla casa sudetta posti detti beni nel territorio della Parochia di Santa Marcgherita del presente Capitaneato di Rapallo luogo detto Porticiolo et a confini da tramontana della strada pubblica, da mezzogiorno il lido del mare, da levante del beudo e da ponente in parte della strada pubblica sotto cui passa un beudo vivo.»

Il Notaio rogante, sotto la dettatura dei Massari, registra il Porticciolo «nel territorio della Parrocchia di Santa Margherita», mentre pochi anni prima, l’autorità civile affermava che la piazzetta a1 dì là del Porticciolo esisteva ancora nel territorio di San Michele.
Nell’atto però si faceva espresso obbligo di non aprire direttamente o indirettamente altre porte, finché non fosse terminata, o decisa la lite vertente fra i due Parroci.
Ciò prova che mentre l’atto subdolo denunciava il Porticciolo nell’ambito della Parrocchia di Santa Margherita, ammetteva che esisteva una controversia, o, per meglio dire una lite sub iudice. Né si spiegherebbe come il 12 aprile 1777 il Rev. Gio: Lorenzo Gimelli (più tardi arciprete di Santa Margherita) acquistando dai Cagnolaro, per atto, stipulato dal not. Michele Queirolo, la piazzetta innanzi alla casa di Porticciolo dica come sia
«Sudetta Piazzetta con tutti li suoi annessi e connessi posta entro il territorio della Parrocchia di S. Michele di Pagana l. d. La Piazzetta di Porticiolo, a confini di sopra verso tramontana della strada pubblica in piano di detta Piazzetta, di sotto verso mezzogiorno del lido del mare, dal lido occidentale pure del lido e spiaggia del mare mediante il rivo d’acqua corrente chiamata del Bagnarezzo e dal lato orientale verso la villa denominata di Porticiolo della via pubblica ossia restante di detta Piazzetta in parte pure del lido del mare.»
Morto nell’agosto del 1775 il Gio: Agostino Favale, padrone del Porticciolo, l’eredità passò al figlio Pier Giacomo, che pagò sempre ai Massari di Santa Margherita il canone dovuto fino al 21 settembre 1796, e dopo di lui tutto l’asse passa ai figli Gio: Agostino e Giuseppe.

Da questo punto succede una irregolarità marcatissima, arruffandosi sempre più il grovigio della matassa.
Caduta la Repubblica Ligure, si compilarono i nuovi Catastri, secondo le leggi emanate dal Governo Prov¬visorio.
Nel Catastro del Comune di Santa Margherita, al 1798, fu inserta la saguente parcella:
«Li cittadini Gio: Agostino e Giuseppe fratelli Favali del qm. Pietro Giacomo manifestano:
N. 92 – Una casa di due solari con fondo sotto, di essa e poca terra ortiva ossia giardino con piante di cetroni e vigna avanti di essa, riguardante la Ghiaia e piazzetta attigua di giardino, posta in questa parrocchia di S. Margherita l. d. a Porticiuolo, confina davanti la terra ortiva con scalinata che conduce alla detta casa e piazzetta riguardante detta Ghiaia, da un lato il lido del mare, dall’altro lato di detta casa altra piazzetta, ed essa mediante la strada pubblica, di sotto il fondo di detta casa, di dietro piccolo vano con alberi di fico e casotto ad uso della villa ed essa mediante terra della Chiesa di S. Margherita e con detta casa e giardino l. 1600».
Contemporaneamente, all’art. 109 del Libro Originario 1798, per la Parrocchia di S. Michele, nel Catastro del Comune di Rapallo, appare intestata a Gio: Agostino Favale la seguente parcella.
«Terra arborata d’olivi, viti ed altro posta nella cappella seconda, l. d. Porticiolo, confine di sopra la strada publica, di sotto il lido del mare, da un lato prete Lorenzo Gimelli qm. Giuseppe Domenico, dall’altro la casa del proprietario. Estimata in lire seicento».

Colle intestazioni differenti nei Catastri delle due Comunità si divise in due parti il Porticciolo, e contrariamente al buon senso ed al diritto si smembrò l’accessorio dal principale, ma più tardi fu riconosciuto l’errore.
Infatti il 2 aprile del 1801 il Giuseppe Favale cede al cittadino Luigi Costaguta i diritti acquisiti sul Porticciolo, e nell’atto di cessione, rogato in Genova dal notaio Stefano Ratto, vien espresso chiaramente che la terra con casa e giardino trovansi nella Parrocchia di San Michele, e lo stesso ripetono gli Agrimensori, con atto del 10 novembre 1801.
Questo secondo atto è stipulato in Santa Margherita dal notaio sammargaritese Sebastiano Figari, ed è sintomatico il caso che il notaio, funzionario pubblico, denunci espressamente la casa di Porticciolo, esistente nella parrocchia di San Michele, quantunque descritta nel Catastro sammargaritese.
L’indomani però, l’11 novembre del 1801, i Massari di Santa Margherita, concedono in enfiteusi perpetua al novello proprietario Costaguta la casa, affermando che è «posta nella Ghiara del presente Luogo di Santa Margherita», affermazione timida e monca, senza ricordarci la Parrocchia ed il Porticciolo, mentre per la terra annessa alla casa, catastrata a Rapallo, non tralasciano di dire con un po’ più di lusso che è «posta nella Parrocchia di S. Michele d’Olivastro luogo detto a Porticciolo, a cui confina di sopra il beudo morto, di sotto detta casa in primo ordine descritta, da un lato il Lido del Mare e dall’altro lato la strada pubblica».

L’atto fu redatto dallo stesso notaio Figari.
E non ostante queste asserzioni di pubblici funzionarii, non si corressero i Catastri, che perpetuarono l’errore, continuandosi, anche adesso, le intestazioni della casa nel Catastro di Santa Margherita, e quello della villa nel Catasto di Rapallo.
Il 10 agosto del 1805 il Luigi Costaguta cedette al figlio Gerolamo i beni del Porticciolo, riserbando l’usufrutto per sé e per la moglie Angela Pino.
E nel 1811 il Gerolamo, diventato Maire di Santa Margherita, ottenne il permesso dall’autorità di Chiavari di porre nella sua casa del Porticciolo la sede del Comune, non so dietro quale dimanda e con quali restrizioni sia stata rilasciata la licenza.

Sul finire dell’anno 1814 giunse all’Intendente del Levante, con sede a Chiavari, la seguente:
Ill.mo Signore Nicolò Gimelli fu Gio: Battista di S. Michele Comune di Rapallo, a suo nome e nome di altri abitanti le rispettive ville di detto Comune, ha l’onore d’esporre a V. S. Ill.ma qualmente le continue pioggie cadute ne’ trascorsi giorni hanno prodotta la rovina dell’antico e ben alto muro, che sostiene la publica strada volgarmente chiamata dei Gimelli, che interseca le due Comuni di Santa Margherita e S. Michele, e che mette tanto nell’uno che nell’altro paese, è stato su di ciò prevenuto il Capo Anziano di Santa Margherita giacché detto demolimento è accaduto da quella parte che riguarda detta Comune, questi non ha stimato per suoi privati riguardi dare alcuna providenza. Quindi è che minacciando evidentemente di precipitare la strada nonché lo stabile che la sovrasta e che la regge con manifesto pericolo di vita a viandanti, perciò l’oratore a suo e detti nomi a riparo di maggiori inconvenienti si fa coraggio di presentare i ben giusti riclami a V. S. Ill.ma affinché previa la cognizione dell’esposto anche per mezzo di quelle informazioni che nella sua saviezza stimerà assumere non che del tipo genuino che si presenta, si degni dare quelli ordini opportuni per ovviare quei disastri che potrebbero occorrere restando la strada nella presento situazione».
Segue il tipo colla strada, con alla sinistra segnata la proprietà Veneroso del Comune di Santa Margherita (ora proprietà Roccatagliata, con al di sopra di essa la Stazione Ferroviaria).
La supplica non ha data, ma da un Copialettere tolgo che fu ricevuta il 4 gennaio del 1815.
Morta il 10 settembre del 1831 Angela Pino, il marito Luigi Costaguta donò un’altra volta al figlio Gerolamo (con atto del 14 ottobre 1832) il Palazzo, il giardino e la villa di Porticciolo, dichiarando la villa «nella Parochia di San Michele di Pagana, Comune di Rapallo», ed il Palazzo e giardino «nella Parrocchia di Santa Margherita» mentre nell’atto del 2 aprile 1801 avea dichiarato il tutto nella Parrocchia di Pagana.
L’errore si era adunque fatto strada.

Il 7 giugno del 1834 l’Arciprete di Santa Margherita venne ad un concordato col Prevosto di Pagana.
Questi rinunciò a quegli una casa controversa sulla Costa del Gelsomino ed in conpenso ai stabilì.
«Che qui innazi la casa denominata di Porticciolo coll’annesso giardino e portaro confinante col mare e colla Parrochia di Santa Margherita e colla strada nuova posseduta prosentemente al gius civile e padronanza dal Sig. Gerolamo Costaguta del fu Signor Giuseppe Luigi per cui fu mosso giudizio formale in addietro, ma già da diversi anni intromesso, durante il quale sino allora presente fu quoad ius cognitum consegnata in puro Economato al M. Rev. Sig. Prevosto di San Giacomo del presente luogo di Santa Margherita debba questa passare in quanto al governo Parrochiale al prelodato M. Rev. Sig. Prevosto pro tempore ed attuale di San Michele così che resti pienamente definita e tacitata ogni controversia et a quest’effetto il sullodato M. Rev. Sig. Arciprete cede per sé e suoi successori in detta carica tutti i suoi giuri ed azioni che sopra detta casa e suoi accessori le competono e possono competere».
E il cardinale Tadini, arcivescovo di Genova, approvò il convegno.

Dall’insieme degli atti risulta che nel secolo XVII, il parroco di Pagana e l’Agente del quartiere di Olivastro ebbero giurisdizione ecclesiastica e civile, non contrastata né dal parroco di Santa Margherita, né dall’Agente del quartiere di Pescino, sulla zona che, incuneata fra mezzo ad una crosa ed il mare, veniva a tuffare 1a sua punta alla foce del beudo o tombino; che la continuità del beudo, all’insù, e che usciva dall’attuale villa Roccatagliata non era il limite divisorio delle due parrocchie e dei due Comuni, e che per conseguenza la Stazione Ferroviari, sotto cui fu incanalato il beudo, non appartiene, come falsamente si suppose, per metà al Comune di Rapallo, che il limite divisorio delle due Parrocchie e dei due Comuni fu la crosa degli Orero, o dei Gimelli, e che intersecata in alto da una strada proveniente da Pagana, formava altro confine tra le due Parrocchie e fra i due Comuni; che solo nel 1706 nacquero le prime questioni, sopite e riprese, ma dalle quali continua sempre ad essere chiarito il diritto di Pagana e di Rapallo; che nelle liti posteriori, vuoi dinanti al Civile, vuoi dinanti 1’Ecclesiastico, si perdettero le staffe, dimenticandosi le liti passate, le sentenze già pronunciate, trasportandosi per sino il confine delle due Parrocchie oltre il beudo, sopra il Metropole, cosa che nessuno avea mai affermato nel fervore delle lotte passate.
Original source: http://www.gazzettadisanta.eu/articoli/st_150418.html

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