«Sconcertato», si definisce il direttore generale del San Martino, Mauro Barabino. «Sbalordita» è il termine usato dal sostituto procuratore Paola Calleri, nei colloqui con i legali dei medici e tecnici indagati per lo scandalo delle analisi clandestine. Il primo ha appena appreso che un ex «dirigente medico» in pensione usava senza problemi il suo vecchio studio, dentro l’ospedale, per fare esami e svolgere un lavoro che con il servizio sanitario nazionale non c’entrava più nulla. «Ma qualcuno non doveva controllare?» si chiede oggi Barabino, sospirando e trattenendo a fatica espressioni più gravi.
Il pm invece ha sul tavolo le risultanze più fresche delle intercettazioni telefoniche e dei pedinamenti. E adesso c’è la conferma che decine di test privati sono stati svolti «con superficialità e sciatteria», e soprattutto il rischio che il loro esito non fosse del tutto attendibile: alcune provette con i tessuti per pap-test sono state trasportate nel bauletto d’un motorino, altre conservate in frigoriferi “di passaggio”, alla bell’e meglio. Sarebbe ovviamente un errore generare apprensione indiscriminata sull’attendibilità di quegli esami; chi li ha eseguiti era a tutti gli effetti un professionista, sebbene agisse al di fuori delle regole. Tuttavia gli inquirenti sono rimasti senza parole davanti a tanta superficialità.
E a tutto ciò, da poche ore, s’è aggiunto quello che potrebbe diventare un nuovo filone d’indagine: un giro di fatture fasulle per coprire la compravendita sottobanco di materiale sanitario (reagenti soprattutto), in un pozzo che sembra davvero senza fondo.
C’è un po’ di tutto, nella maxi-inchiesta della Procura di Genova che accusa di falso, peculato, corruzione e truffa (ad alcuni è contestata pure l’associazione per delinquere) 37 fra medici e tecnici, oltre ad alcune case di cura: il sospetto è che abbiano fatto svolgere con strutture e materiali pubblici esami in tutto e per tutto privati, con l’unico scopo di guadagnarci.
Il Secolo XIX del 23 Giugno 2009