IL PONENTE è il problema chiave del Pd. E Nino Miceli è l’uomo chiave del Pd che meglio conosce il Ponente, perché da lì arriva, e che più si è agitato per far comprendere che la vittoria e la sconfitta, alle elezioni provinciali, sarebbe passata proprio da quel punto cardinale. Gli appelli di Miceli, consigliere regionale del Pd, ex segretario dei Ds a Savona, non sono serviti. Il partito, la “nomenklatura” savonese, non l’ha ascoltato. E il Pd ha perso le elezioni. Malamente. E con una coda di polemiche e malumori che preparano una vigilia caldissima per il primo confronto che i Democratici avranno domani. Miceli, in questa intervista al Secolo XIX, spiega tutti i perché.
Allora, Miceli: che abbiate perso queste elezioni è fuori discussione. Discutete molto, invece, su quanto le avete perse. Secondo lei?
«Guardiamo i numeri».
Guardiamoli.
«Se si analizza l’esito delle provinciali alla fine del primo turno abbiamo registrato un gap di 19 mila voti. Se valutiamo il secondo turno, abbiamo perso con soli 4.800 voti di scarto».
E quindi?
«Non si possono considerare buoni solo i risultati del secondo turno e derubricare il tutto con un’autoassoluzione. Non ho condiviso Giovanni Lunardon che ha fatto questo ragionamento, mi spiace».
Lui dice che c’è stato un buon recupero.
«Sì, c’è stato. Ma lo scarto ridotto ha delle precise ragioni. Il voto del ballottaggio è più personale e meno legato a dinamiche politiche, intanto. E poi è stato caratterizzato da una scarsissima affluenza alle urne da parte degli elettori di centrodestra. Ma c’è di più. Lo scarto di soli 4.800 voti rende la sconfitta ancora più amara perché dimostra che, con scelte diverse, si poteva vincere».
Allora perché avete perso?
«Basta analizzare il voto per aree geografiche. A Millesimo, Boffa ha preso 591 voti assoluti più di Vaccarezza. A Cairo ne ha presi 497 in più. In tutta la Valbormida sono stati 2.100 i voti in più. Dove li ha recuperati Vaccarezza? Vincendo netto a Loano e Borghetto».
Perché succede tutto ciò?
«Semplice. Per un dato matematico. Basta conoscere la concentrazione della popolazione che vota: il 50% sta a Ponente, il 33% tra Savona e il Levante, il 17% in Valbormida. Francamente, era una dato prevedibile. E non è un caso che gli ultimi presidenti della Provincia siano stati tutti ponentini: Garassini, Bertolotto, ora Vaccarezza».
Lei l’aveva detto.
«Avevo obiettato sulla scelta di non ricandidare Bertolotto. Mi rendo conto che potevano esserci problemi nella coalizione. Però il tentativo andava fatto. Quantomeno, si poteva tentare di trovare un’uscita diversa, meno traumatica».
E invece...
«Invece il centrodestra ha avuto gioco facile a infilarsi nella prateria».
È un altro elemento di forte critica a Lunardon.
«È una critica che faccio prima di tutto a me stesso, perché non sono riuscito a convincere il partito che la partita si giocava a Ponente».
In realtà è una partita che si gioca da lungo tempo lì.
«Sì, il problema politico del Ponente viene da lontano. Il Ponente è sempre stato un tema di grande discussione ancora ai tempi del Pci. Pensiamo solo a come potrebbe essere diversa la geografia politica se avessimo avuto un deputato del Ponente, in passato. Magari Angioletto Viveri».
Altri tempi.
«Ma guardi che la rappresentatività è essenziale. Prima nella giunta della Provincia avevamo quattro rappresentanti del Ponente: Bertolotto, Scrivano, Paliotto e Pesce. Siamo riusciti a tenerne solo uno: Pesce».
A proposito di Pesce: Ruggeri ha detto che il ticket Boffa-Pesce che lei aveva proposto è una boutade.
«È una boutade se fosse stato annunciato subito prima delle elezioni. Non lo è se, come auspicavo, l’avessimo detto all’inizio della campagna elettorale. Del resto, era stato un ticket anche la candidatura di Bertolotto e Berruti. O quella di Garassini e Giacobbe. Il consenso si sarebbe potuto spostare. Forse abbiamo dimenticato che Albenga è la seconda città della provincia...».
Proprio ad Albenga, però, che il centrosinistra governa con un sindaco, Antonello Tabbò, ritenuto trasversalmente capace e, sui temi più caldi e delicati, persino in linea con un rigore da centrodestra (cito solo la richiesta dell’Esercito come esempio), avete perso male. Vaccarezza ha preso il 62%, la Lega è andata fortissimo. Come mai?
«Le politiche della giunta sono giuste. La richiesta della legalità e se è il caso dell’Esercito va a vantaggio di tutti i cittadini. Io sono di Albenga. Vado al cinema ad Albenga, la sera: francamente, certe volte, la presenza di più forze dell’ordine darebbero ai cittadini più sicurezza. Ma il problema non sono le politiche. È la rappresentanza. Scajola insegna».
In che senso?
«Scajola è forte perché è presente. Anche se in concreto, poi, non fa granché. Il raddoppio Fs a Ponente non c’è ancora e comunque parliamo ancora della delibera del Cipe dei tempi di Burlando ministro. Su Ferrania non abbiamo ancora visto risultati. L’unica proposta concreta l’ha fatta sul raddoppio della centrale a Vado. E questo ha contribuito in qualche modo anche alla vittoria di Caviglia. Certo non dico che è colpa di Scajola se abbiamo perso Vado. Però di riflesso ha contribuito a concentrare il voto dei vadesi sul fronte più ambientalista. Però, in ogni caso, Scajola c’è. È ovunque. Il centrosinistra deve imparare a fare la stessa cosa».
C’è qualcuno, nel Pd, che lo fa già?
«L’unico che ha capito questa cosa è Claudio Burlando. Ha capito che è più importante spenderci proprio dove si è più deboli. Ma all’interno del Pd, in generale, questa consapevolezza non c’è. E invece dobbiamo capire che ormai anche Savona e la Valbormida, senza il Ponente, non vanno da nessuna parte. Serve un nuovo patto tra i territori».
Miceli, lei sottolinea molto l’importanza del Ponente. Ma anche a Levante non è che sia andata benissimo: avete perso Varazze, Albisola Superiore.
«Le dinamiche locali sono legate da un filo comune. Si è rotta quella scommessa che aveva portato alla nascita del Pd, unendo identità diverse. O il partito riesce a tenerle insieme o si rischia di perdere continuamente le elezioni».
E a Vado?
«Lì si sono sommati più fattori. Errori di valutazione politica. Un errore il referendum. Un errore non essere stati conseguenti dopo il referendum. Si è scelta una strada intermedia. E questo non è stato compreso».
Il nuovo sindaco Caviglia ha di fronte un bel rebus, ora.
«Dovrà cercare di tener fede all’impegno elettorale. Capisco che su Vado ci siano più criticità. Forse è utile sganciare la piattaforma dalla centrale, dire che il raddoppio non va fatto. E poi si tratterà di trovare una soluzione adeguata».
Miceli, domani il Pd ha il suo primo confronto dopo il voto: che succederà?
«Mi auguro che ci sia un dibattito vero, franco, se serve anche aspro».
Lunardon si deve dimettere?
«Quando Lunardon fu eletto ci fu un patto di rappresentanza dei territori. Lunardon era mio vice, quando ero io il segretario. Quindi non pongo un problema personale. Certo, però, occorre un nuovo inizio e un nuovo patto».
È per un Lunardon-bis?
«Può anche esserci un Lunardon-bis. Ma ad alcune condizioni: che si ammetta che la sconfitta c’è stata e che sono stati commessi degli errori; che ci sia un azzeramento dell’esecutivo e si costituisca una nuova segreteria politica. Poi a dicembre ci sarà il congresso. Si vedrà».
Il futuro del Pd?
«Il rilancio di un partito nuovo, senza “ex” qualcosa. Boffa, ex democristiano, ha raccolto più consensi nelle zone rosse che in quelle bianche. Gli elettori si muovono ormai più sull’appartenenza territoriale che su quella politica. Dobbiamo discutere di contenuti, di identità e smetterla con gli ex amici di D’Alema o di Veltroni».
Avete paura ora di perdere le prossime regionali?
«No, la partita è aperta e il centrosinistra può vincere. Lo dicono i numeri, la capacità di Burlando di rappresentare il territorio. E lo dice anche la crisi del centrodestra. Che oggi non si vede, ma che è lì, in nuce».
Il Secolo XIX del 29 Giugno 2009