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Il nuovo miracolo economico arriverà con l’intelligenza artificiale?

Il nuovo miracolo economico? Arriverà sotto la spinta dell’intelligenza artificiale(J.Thornhill – Il Sole 24 Ore, 21/02/17) – Parla con un gruppo di economisti e ti sentirai senza alcun dubbio raccontare che la debole crescita della produttività è il flagello dei nostri tempi.
Conversa sui sedili di una limousine con alcuni amministratori delegati e, per parte loro, ti comunicheranno entusiasmo su come le nuove tecnologie stanno trasformando la produttività aziendale.
Rintraccia, infine, alcuni esperti in intelligenza artificiale e potresti sentirli balbettare qualcosa sul fatto che ci troviamo sull’orlo di una rivoluzione della produttività. Se un giorno mai raggiungeremo la “singolarità tecnologica”, il punto di discontinuità quando i computer supereranno in astuzia gli umani, la crescita della produttività registrerà un’accelerazione esponenziale. A partire da quel momento, la super-intelligenza di un computer scoprirà rapidamente qualsiasi cosa sia rimasta da scoprire. Questo algoritmo-Maestro, come il suo autore Pedro Domingos – un docente di informatica all’università di Washington – lo ha battezzato, sarà l’ultima invenzione realizzata dall’uomo. Sarà in grado di ricavare tutta la conoscenza – passata, presente e futura – esclusivamente dai dati.
Sembra di trovarsi di fronte, per dirla con un eufemismo, a una sorta di “paradosso della produttività”. È possibile che queste tre storie siano tutte vere? Molto probabilmente, sì.

L’iperbole, naturalmente, non è un fenomeno estraneo all’industria tecnologica. In questo momento, siamo davvero molto lontani dalla “singolarità tecnologica” e le opinioni si dividono sul fatto se mai la raggiungeremo. Vale la pena evidenziare, tuttavia, che alcuni (più giovani) ricercatori in questo campo sono convinti di poterla raggiungere nel corso della loro vita. Eppure, persino l’applicazione limitata ad ambiti specifici dell’intelligenza artificiale che esiste oggi sta generando risultati a tal punto sorprendenti che le grandi società tecnologiche, come Google e Ibm, non esitano a riversare denaro in questo campo. Per avere un’idea di che cosa è realmente possibile, vale la pena effettuare una verifica con Benevolent-AI, una start-up di Londra che sta provando a rivoluzionare la ricerca medica.

Kenneth Mulvany, il fondatore di Benevolent, sostiene che la scoperta di nuovi farmaci è una sfida in gran parte giocata nell’ambito delle informazioni e dei dati e che, proprio per questo, può essere affrontata in modo efficace con l’intelligenza artificiale. Il sito online di ricerca medica PubMed riunisce 26 milioni di citazioni e aggiunge ogni anno un milione di nuove pubblicazioni. È chiaramente più di quanto qualsiasi gruppo di ricercatori possa ingerire nell’arco della vita.

Benevolent ha realizzato un “motore” in grado di leggere e mappare una tale massa di dati e di estrapolarvi informazioni rilevanti, facendo emergere in un campo ipotesi concettuali che, poi, possono essere applicate in un altro. «È possibile guardare le cose – dice Mulvany – su una scala prima inconcepibile. Questa attività esplorata con l’intelligenza artificiale può far aumentare l’intelligenza umana».
Benevolent sta lavorando con ricercatori dell’università di Sheffield alla scoperta di nuovi percorsi per trattare la sclerosi laterale amiotrofica (Sla). I primi risultati sono promettenti.

“L’intelligenza artificiale crea una nuova “forza lavoro virtuale”, potenziando la produttività dell’intelligenza umana e portando nuova innovazione. E non si degrada ”

Richard Mead, docente in neuroscienza, sostiene che Benevolent ha già validato un percorso per la scoperta di nuovi farmaci e ne ha aperto uno nuovo sorprendente: «Ciò che il loro motore può fare – spiega – è guardare attraverso vaste aree di informazioni e cogliere nuove idee da riutilizzare». Può, inoltre, fornire un aiuto nel formulare soluzioni personalizzate sulla base del patrimonio genetico degli individui. «Ne siamo davvero entusiasti – afferma Laura Ferraiuolo, docente di neurobiologia traslazionale -. Ci sono potenzialità incredibili».
Alcuni economisti sostengono che questa combinazione di insiemi di dati in rapida espansione, algoritmi di apprendimento automatico e sempre maggiore potenza di calcolo dovrebbe essere classificata come un nuovo fattore di produzione al pari del capitale e del lavoro.

L’intelligenza artificiale sta creando una nuova “forza lavoro virtuale”, potenziando la produttività dell’intelligenza umana e portando nuova innovazione. Peraltro, a differenza di altri fattori di produzione, l’intelligenza artificiale non si degrada nel tempo. Anzi, beneficia degli effetti di rete e di scala. Ciascuna auto senza conducente, ad esempio, “apprende” informazioni da ogni altro veicolo dello stesso tipo.

Un rapporto recente di Accenture e Frontier Economics afferma in modo audace che l’adozione su larga scala di tecnologie collegate all’intelligenza artificiale può far raddoppiare i tassi di crescita economica di molti Paesi avanzati entro il 2035. Secondo lo studio, l’intelligenza artificiale ha il potenziale per far incrementare il tasso di crescita annuale del valore aggiunto lordo (una stretta approssimazione del Pil) al 4,6% negli Stati Uniti, al 3,9% nel Regno Unito e al 2,7% in Giappone.

Studi di questo genere sono congetture plausibili. Gli avanzamenti nella tecnologia sono imprevedibili. Tuttavia, alcuni pionieri dell’intelligenza artificiale sono convinti che «potrebbe cambiare ogni cosa», dalla scienza dei materiali all’energia. «Ci troviamo all’alba di una nuova era di innovazione – dice Mulvany -. Abbiamo già l’innovazione potenziata dall’uomo. Avremo, alla fine, anche quella guidata dalle macchine».
Persino l’economista con la visione più penetrante potrebbe presto dover accettare il fatto che l’intelligenza artificiale sta interessando la produttività in modo profondo e potenzialmente straordinario.

J.Thornhill – Il Sole 24 Ore, Il nuovo miracolo economico? Arriverà sotto la spinta dell’intelligenza artificiale