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Ripensare il capitalismo

Ripensare il capitalismo

(M.Silenzi – Il Foglio, 01/09/19) – Nel 1989, alla caduta del muro di Berlino, un giovane filosofo politico americano, Francis Fukuyama, mise mano a un articolo dal titolo, e dal contenuto, piuttosto audace: “The End of History?” (La fine della storia?). Qualche anno più tardi, dopo il dissolvimento dell’Unione sovietica, Fukuyama scrisse un libro dallo stesso titolo ma stavolta con la non trascurabile assenza del punto interrogativo. Come ormai piuttosto noto, vi si delineava uno scenario secondo cui, con il dissolvimento dell’Unione sovietica, restava in piedi un unico sistema vincente: quello delle democrazie liberal-capitaliste che si sarebbero affermate inevitabilmente come unico modello socio-politico di riferimento. Ecco appunto la fine della storia. Questa tesi potente sembrò confermata dagli anni 90 e dall’espansione apparentemente illimitata generata da un mondo ormai del tutto piatto, in cui i capitali erano liberi di circolare, in cui il denaro era a buon mercato e in cui c’era una sostanziale pace generale. L’esplosione della bolla delle dot.com negli anni Duemila, i catastrofici eventi dell’11 settembre e di ciò che ne seguì, il riaffacciarsi della Russia autocratica come superpotenza, l’arrivo della Cina comunista come potenza economica nel mercato globale e la crisi finanziaria del 2008 sembrarono rimettere in discussione quanto pensato da Fukuyama. La crisi finanziaria del 2008, intanto, ha assunto molte forme, tra cui – idea diffusa – quella di una decadenza più profonda che perdura come se si fosse sollevato un velo su angosce, insicurezze e paure che covavano dietro ai giorni luminosi di una civiltà mondiale che non è mai stata meglio, a livello economico sociale, di quanto stia oggi grazie al capitalismo globalizzato. Ma queste angosce sono state tanto potenti da generare un riflusso di nazionalismi, chiusure, dazi e riflessioni sul fatto che un governo autoritario sia la scelta migliore per salvarsi in un mondo percepito come in marcia verso la rovina e preda di noia, caos e confusione. Uno scenario in cui la storia sembra essersi rimessa in movimento in cerca di nuove soluzioni.

Nello stesso anno di “The End of History?”, il 1989, un giovane economista italiano poco più che trentenne, Geminello Alvi, già assistente del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, pubblicava con la casa editrice Adelphi un testo anomalo, come lo sono tutte le cose nuove, o sufficientemente insolite da apparire come tali, andando in una direzione radicalmente diversa da quella di Fukuyama. “Le seduzioni economiche di Faust”, questo era il titolo bellissimo ed enigmatico. Faust, riprendendo l’uso che di questo personaggio fa Spengler, è l’uomo occidentale dalla curiosità e dalla volontà inesausta che è sempre assetato di nuove scoperte e di nuove creazioni che assorbono per intero il mondo, è l’uomo della tecnica, dominatore e da essa dominato. E’ l’uomo creatore capitalista. Il libro di Alvi, nel suo magma aforistico, contiene una forza straordinaria che risiede soprattutto nella forma del suo pensare e del suo metodo di ricerca e di analisi, prima ancora che nel suo contenuto. In questo tempo, da ogni parte (dal Papa, ai ceo dei più grandi fondi d’investimento passando per i capi di stato) non si fa altro che parlare di cambiamento d’epoca, di cambiamento di paradigma, spesso senza comprendere che non si può pensare nulla di nuovo, o di diverso, senza un nuovo metodo di ricerca e analisi.

“Le seduzioni economiche di Faust” prende le mosse dalla necessità di ripensare l’economia al di fuori degli schemi tracciati, da quella che Alvi definisce la “tradizione” nel campo degli economisti e che riduce l’uomo a homunculus oeconomicus in grado di guardare il mondo solo attraverso il calcolo utilitarista. “Bisogna sempre diffidare dagli economisti quando parlano dell’umano. Intendono o la finzione retorica di un homunculus che calcola tutto con perfezione ottimizzante, o il mediocre doppio inventato da Feuerbach e scelto da Marx per una manipolazione”. Marx, secondo Alvi, “riconosce il vizio faustiano dell’Epoca moderna: la Terra e gli uomini ridotti a materiali di lavoro e per questo davvero equivocabili nell’incrociarsi dei valori mercantili. Ma non se ne distacca. […] Nella sua economia futura gli uomini e la Terra seguitano infatti a essere materiali di lavoro solo manipolati dai valori della redistribuzione statale invece che dal calcolo mercantile”. L’economia studia l’azione umana ed è fondamentale l’idea di uomo a cui si fa riferimento. Se l’uomo che si prende come riferimento è un homunculus oeconomicus la scienza economica lo tratterà come tale e in vista di un tale uomo saranno le analisi e, di conseguenza, le teorie e le soluzioni create per lui. Ma questo uomo, se pure non sia davvero un homunculus oeconomicus, lo diventerà comunque perché sarà il miglior servitore della scienza da lui stesso creata. In alcune pagine memorabili, Alvi nota come l’istruzione sia già pensata per questo tipo di uomo, ovvero per un umano che viene pensato come capitale umano, con l’istruzione che si riduce a mero corso di formazione per risorse.

Adottando uno schema creato da Werner Sombart, Alvi distingue una prima fase storica del capitalismo (frühkapitalismus, “un’economia non ancora emancipata dalla morale e dalla politica”), una seconda più matura (hochkapitalismus, “quella faustiana nella quale l’invenzione, l’organizzazione e il lavoro corrispondono definitivamente all’unico movente del calcolo economico”) a cui fa seguire la fase del tardo capitalismo, spätkapitalismus, che però Alvi considera concluso perché vede all’orizzonte “già nuove forze di un’ulteriore cristallizzazione. […] La storia del capitalismo è tutta nella precipitazione d’un pensiero sempre più cristallizzato, sempre più disanimato. Il pensiero si raffredda, imprigiona il sentimento, anzi lo esclude; segue soltanto la propria efficiente e separata ragione. La cristallizzazione estrema, quella che la sua ultima fase sta preparando, ucciderà infine ogni volontà. La contraddizione decisiva del capitalismo è proprio in questa sua evoluzione: la prepotenza del pensiero razionale grado a grado uccide la prepotenza della volontà, e quindi la propria prepotenza nel pensare. Sopravviverà infine solo un morto assieme di procedure: il pensiero definitivamente cristallizzato diventerà procedura. […] Siccome durante lo spätkapitalismus l’innovazione diviene una funzione burocratica, ridotta a procedura, essa può essere sottratta agli oligopoli per essere del tutto pianificata dallo stato”. Ecco quindi che, in un discorso che inizia qui e che in parte proseguirà anche in un libro del 2011 – “Il capitalismo. Verso l’ideale cinese” – Alvi esprime, in quello che è un potenziale filo rosso che lega questi due testi, un pensiero che, se non è una profezia, gli si avvicina molto: “Il capitalismo futuro sarà purtroppo egualitario, ecologico, terzomondista: sintesi finale della dialettica anticapitalista, che ci donerà, nel secolo a venire, la polizia cinese in Europa”. E’ il problema del capitalismo di stato, in cui appunto lo stato diventa unico modo per continuare a sostenere il capitalismo, in un sistema in cui tra cittadino-lavoratore-consumatore non esiste alcuna differenza sostanziale ma da cui scompaiono interamente l’uomo e il suo Io. Secondo Alvi, in questa situazione, tornando a “Le seduzioni economiche di Faust”, l’uomo è “costretto a consumare beni inutili in quantità sempre più grande, perché solo in questo modo la produzione è consumata e quindi la sua occupazione garantita; lavora per consumare beni inutili e consuma per lavorare inutilmente. […] E’ prigioniero d’un fine circolare, cioè di un non fine, d’una circolazione economica assurda”. Un non fine, dunque, una percezione di assenza di direzione nelle vite che si riflette su ogni singolo individuo, o quantomeno su tutti quelli che non sono interamente appagati dal tornaconto e dall’efficienza. Da tutto ciò emerge con chiarezza come per Alvi “il capitalismo è un modo di pensiero, e quindi il suo superamento appartiene al pensiero”. Pertanto, e più in generale, qualsiasi tentativo di porsi oltre un certo modello non può essere lasciato a mere forme procedurali che non fanno altro che replicare, nelle maniere più diverse, modi di pensiero esistenti.

Ciò che interessa ad Alvi è un ripensamento radicale del capitalismo incentrato sulla valorizzazione assoluta dell’Io e dell’economia del dono, dell’esperienza di comunità di Olivetti (che andrebbe comunque purificata “dalle confusioni sentimentali e dalle astuzie”) e di un anarchismo che tende alla confederazione tra comunità ben lontane dall’organizzazione di uno stato centralizzato e redistribuzionista. “L’homo oeconomicus plasmato dal capitalismo, il servo acquiescente dei dispotismi, l’ossesso o il primitivo indispensabile ai fanatismi delle utopie religiose non afferrano l’umano come un Io. […] Unioni (economiche, politiche, spirituali, nda) che associno Destini, e che quindi si disfino e si compongano di continuo in una burocrazia vivente, non temono invece la pericolosità dell’umano. Nessuno predeterminerebbe il dono del lavoratore o dell’imprenditore o di una fabbrica di macchine da scrivere; e neppure vincolerebbe le scelte musicali del quartetto di archi o della casa di tolleranza o dell’oratorio buddhista, che per ipotesi lo ricevessero. L’anarchismo di Stirner si accorderebbe alle concretezze dei campi della vita; eviterebbe di degenerare nel nichilismo, in un distacco inconciliabile dalla terrenità; l’Io avrebbe infine davanti una corporeità essenziale, un ambiente nel quale riflettersi senza deformazioni”.

Dalla lettura del libro si emerge faticando a credere di averne letto uno soltanto. E non per l’indubbia complessità del testo, ma per la ricchezza di rimandi e aperture, per la scrittura allo stesso tempo rapsodica e rigorosa, per i rimandi infiniti, e in poche righe, alla storia politica, alle tecnicalità economiche, ad Heidegger e al decumulo del capitale, a Omero e a Rudolf Steiner, agli indios Guaranì e al Piano Marshall, e pur tutto tenendo insieme in una miracolosa tensione unitaria.

Dettagliare ulteriormente il contenuto del testo di Alvi non richiederebbe solo troppo spazio, ma sarebbe persino sbagliato. Non renderebbe giustizia non tanto al suo contenuto, che si può condividere molto, poco o anche per nulla, soprattutto da un punto di vista liberale classico (e in maniera uguale e opposta se uno fosse un seguace di Marx, o di uno dei suoi infiniti epigoni). Ma non renderebbe giustizia neppure alla sua scrittura nietzscheanamente aforistica: “Chi sceglie d’esprimersi attraverso brevi note, appunti distaccati, aforismi, già manifesta la sua sfiducia nell’efficacia del calcolo di pensiero che ogni tecnica richiede. Alle catene del mondo meccanico, preferisce le immagini, una sinottica di immagini, ognuna intensificata all’estremo e però comprensibile solo in un tutto insieme alle altre”.

Il valore enorme del libro di Alvi risiede innanzitutto nella forma della sua ricerca e nella struttura del testo che si fa pensiero, modo di riflettere, di pensare la realtà contemporanea e di cercare soluzioni diverse, senza scrupoli, come ogni pensatore dovrebbe fare, senza il timore di apparire ridicolo o esagerato nel momento in cui intraprende strade non intraprese prima per tracciare sentieri che altri potranno seguire per poi divergerne, magari contraddicendoli, e aprirne di nuovi. Già solo questo, ma c’è molto altro, rende il discorso di Alvi eroico e degno di tutta la nostra attenzione.

In una splendida pagina, verso la fine del libro, l’autore tratteggia così il metodo seguito nella sua ricerca: “S’apre il sipario e appare un clown. Il cerchio d’un lampione illumina le sue giravolte sgraziate mentre cerca qualcosa per terra, meticolosamente. Arriva un poliziotto e gli chiede che cosa stia cercando con tanta frenesia in quel cerchio illuminato che non contiene niente. Senza interrompersi, il clown gli risponde d’avere perso la chiave di casa; e quando il poliziotto gli fa notare che lo spazio illuminato dove la cerca proprio non contiene niente, allora il clown s’alza da terra e gli spiega: ‘Lo so perfettamente, ma dove ho perso la chiave non c’è luce’. Un modo pacato di dire il paradosso della Tradizione e del suo pensiero meccanico è mantenerlo inseparato da quanto di paradossale consegue al suo abbandono. E questa pièce del grande clown Karl Valentin s’adatta bene a questa pacatezza di paradossi. Dice anzitutto l’impotenza paradossale della Tradizione e delle altre scienze durante l’epoca della metafisica, ma è anche adatta a dire la presunzione non meno paradossale di un pensare diverso”.

M.Silenzi – Il Foglio, Ripensare il capitalismo