Carta igienica e polistirolo così l’artista crea le sue opere

(S.Pedemonte – Il Secolo XIX, 15/09/19) – Arte. Poesia. E una materia di partenza, per la tela, quantomeno singolare: la carta igienica. «Ma anche il polistirolo e materiali vari da riciclo. Da ragazzino mi divertivo a fare pupazzetti di cartapesta che mettevo in frigo o nei cassetti per spaventare mia mamma. Quando è stato male papà ho avuto bisogno di tornare a “giocare”». 30 anni, già almeno due vite lavorative: Andrea Nastasi, rapallese, è stato un tatuatore. «Avevo il mio negozio. Era un lavoro che mi piaceva ma che non mi stupiva. Fare quadri, scrivere poesie invece provoca in me emozioni forti ».

Da un anno, allora: la sua seconda strada. Fatta di arte su tela e .. di qualunque materiale. Anche riciclato. Anche apparentemente improbabile come la carta igienica, appunto. Alla mostra all’Anfiteatro Bindi, ieri, a Santa Margherita, sul rispetto degli animali organizzata dalla Leidaa, con il Soccorso Animali della Croce Bianca Rapallese e con il Comune di “Santa” Nastasi ha portato tre quadri. Uno, fatto con la carta igienica, ha l’impronta di un uomo che “avvolge” quella di un cane e la poesia “Amico”: «Amico mio! Dal tempo della pietra, cammini con me ovunque la meta. Oggi mi fermo, lascio con te impronta. Eh Amico mio, chi ancor non rispetta immensa vergogna».

Una, racconta del padre Rino che, morto nell’agosto di un anno fa, ha avuto per sua volontà le sue ceneri disperse in mare e ora riposa fra pesci e creature del mare: «Infine affondi sul fondo marino. Chi guarda, chi danza, chi ti terrà tranquillo». Carta igienica, «una colla speciale che faccio io e tanta pazienza»: accanto alla sua arte, Nastasi parte da questi elementi. Un quadro sulla mareggiata devastante del 29 e 30 ottobre scorso l’ha donato al sindaco di Rapallo Carlo Bagnasco. Un altro è su uno sei simboli del territorio che non si è piegato, nonostante quanto ha vissuto: con il pino della Carega di Paraggi. E poi c’è il dramma del ponte Morandi che è già diventato un quadro. Si intitola “Rita”, in nome di Rita Giancristofaro e di chi è sopravvissuto al dramma. Il nero e le macerie del ponte da un lato. La forza – simboleggiata dal colore, dalla Lanterna simbolo di Genova – dall’altro.

La poesia, scritta da un punto di vista particolare e dedicata agli stessi sopravvissuti, alle forze dell’ordine, ai medici, a tutti coloro che sono intervenuti: «Quel 14 agosto ero al Galliera per mio padre. E proprio lì ho conosciuto, poi, Rita Giancristofaro». In un passaggio, della poesia: «Il tempo scorre come il Polcevera dentro le sue sponde, ma non riesce come un’onda di piena a portare via quelle macerie di dolore che avrà a vita sulla schiena». Carta igienica, colla e colori. Ma anche ardesia e marmo. O solo matita. «Sono autodidatta, sta venendo fuori quanto ho dentro».

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