(D.Caserta – Il Manifesto, 02/04/20) – Lo stralunato Will Smith che, ultimo uomo sulla Terra nel film Io sono leggenda, attraversa la New York del dopo pandemia incontrando branchi di cervi che si aggirano per le strade deserte, è sicuramente una delle immagini forti del filone post-apocalittico che da sempre ha tanto successo al cinema. Scene di metropoli prive di presenza umana, con animali che scorrazzano indisturbati e piante che si insinuano tra le crepe dell’asfalto, fanno ormai parte del nostro immaginario collettivo: ne restiamo impressionati, spaventati, ma al tempo stesso affascinati.

Sarà per questo che tra i tanti effetti del blocco delle attività legato all’emergenza Coronavirus, ce n’è uno che sta attirando tanto l’attenzione sui social e sui media tradizionali. Da ogni parte d’Italia arrivano segnalazioni, foto e video di animali che passeggiano per le strade dei nostri centri abitati ormai vuoti: i cinghiali a spasso per le vie di Sassari, i cigni nei Navigli a Milano, i delfini nei porti di Trieste e Cagliari, la mamma anatra e i suoi anatroccoli sul Lungotevere a Roma, cervi e caprioli nelle periferie di tante città…
Luoghi solitamente occupati da una massa colorata, rumorosa e puzzolente (pensiamo a quanto possa essere fastidiosa l’aria di una normale giornata di traffico per specie animali dall’olfatto molto più sviluppato del nostro), sono improvvisamente liberi, silenziosi, tranquilli. Una straordinaria occasione per tanti animali per tornare in areali occupati per decine di migliaia di anni di evoluzione, ancorché trasformati da pochi lustri di cemento e lamiere.

Ma è veramente qualcosa di particolare quello che sta accadendo? In realtà basta fare una ricerca sul web per vedere come anche negli anni passati vi erano molte segnalazioni del genere. La fauna selvatica, del resto, è da sempre presente nelle nostre città perché, opportunisticamente, diverse specie vi trovano un ambiente che, tutto sommato, presenta alcune caratteristiche favorevoli: cibo in abbondanza, riparo dai cacciatori e temperature mediamente più alte. Così, solo nel territorio della capitale d’Italia, contiamo poco meno di 40 specie di mammiferi, 12 di chirotteri, 16 di rettili, 10 di anfibi, 140 di uccelli, 22 di pesci e oltre 5000 di insetti. Quello che è certo è che quanto stiamo vivendo rende maggiore la nostra attenzione verso queste presenze. Riusciamo a coglierle perché meno distratti dalla confusione che solitamente caratterizza le nostre città, ma anche perché – almeno ci piace pensarlo – siamo più attenti all’ambiente che ci circonda.

Al di là della «retorica» su come saremo nel dopo pandemia (ci rialzeremo più forti, più attenti alle cose importanti, più solidali…) è indubbio che questa strana fase che l’umanità sta attraversando potrebbe essere l’occasione per rivedere il nostro rapporto con gli animali, con le piante e, più in generale, con l’ambiente, ricordando che la nostra stessa esistenza dipende dalla natura: dall’ossigeno che respiriamo all’acqua potabile che beviamo, al cibo che mangiamo. Cogliere quest’opportunità di ripensamento è l’unico modo per trovare qualcosa di positivo in questi tragici tempi e costruire le condizioni per non doverli rivivere con sempre maggiore frequenza.

D.Caserta – Il Manifesto, C’è qualcosa di positivo in tempi tragici