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La strategia digitale contro il populismo

(A.Preiti – HuffingtonPost, 05/12/18) – Noi non siamo nemici, ma amici. Non dobbiamo essere nemici. Se anche la passione può averci fatto vacillare, non deve rompere i profondi legami del nostro affetto. Le corde mistiche della memoria risuoneranno quando verranno di nuovo toccate, se a toccarle saranno i migliori angeli della nostra natura. Abraham Lincoln

Ci dev’essere un modo. Ci dev’essere un modo per fare comunicazione nel mondo digitale senza sollecitare i peggiori angeli della nostra natura, ma usare la ricchezza potenziale di questo media, che permette a tutti di parlare con tutti, per migliorare la nostra vita democratica e, alla fine, noi stessi. Vediamo.

Da un lato ci sono le strategie populiste, molto diverse tra loro. Vedremo come. Dall’altro c’è la strategia “élitista”. Ed è perdente. Almeno in politica. Vedremo anche questa. E poi c’è una strategia alternativa, da costruire, che faccia leva, per restare nella citazione, sui migliori angeli della nostra natura. Impossibile? Inutile? Fallimentare? Vedremo anche questo. Prima però le strategie populiste.

La strategia della realtà aumentata

Quella di Salvini si potrebbe proprio chiamare così, perché è sempre collegata alla realtà in un senso molto specifico. Ogni volta che Salvini parla (o i suoi media parlano per lui) c’è sempre un riferimento alla “realtà”. Tipicamente è il fatto di cronaca. Meglio ancora un video o una foto. Non scrive editoriali. Le sue tesi sono un’interpretazione dei fatti. Sa bene che oggi le uniche notizie che vengono lette da tutti sono i fatti di cronaca, più lo sport, qualcosa dello spettacolo e quasi niente più. Nessuno legge della politica in quanto tale. Tutta la sua comunicazione è un tag sui fatti.

Nel suo caso non ci sono fake news. Quello che conta è il tag sui fatti. Immigrato litiga sull’autobus perché non ha il biglietto: ecco il video che, meno patinato è, più autentico è. Sa che pochi lo seguirebbero nei discorsi politici in sé (come per chiunque altro); allo stesso modo sa che tutti sono curiosi o interessati a quei fatti. La sua comunicazione è un “sottotitolare” i fatti. Corre sul cavallo veloce dei fatti, di cui tiene le briglia.

È una strategia che funziona. Il suo massimo lo ha ottenuto con lo straziante omicidio di Macerata. La connessione di tre elementi (la natura orribile, impensabile e inedita del delitto; la condizione legale degli esecutori; il quadro rituale e primitivo che il delitto evocava) ha reso la notizia come il fatto più clamoroso dell’anno. È bastato creare il tag (cioè il legame con le politiche per l’immigrazione: “la sinistra ha le mani sporche di sangue”) e l’opera è fatta (aiutata per altro, e parecchio, dal diversivo della sinistra sul fascismo incombente).

La strategia dello sciame

Quella del Movimento Cinque Stelle è molto diversa. A differenza di Salvini che firma, filma e sottoscrive tutto quel che pubblica, la comunicazione dell’universo dei Cinque stelle è (quasi) inafferrabile. I post di Di Maio o di Di Battista non hanno molto di differente da quello di altri politici, ma c’è tutto l’eco-sistema intorno che merita invece qualche considerazione. Lo scrive lo stesso Casaleggio in maniera molto chiara e quasi didascalica nel suo “Tu sei rete”, ma su come funziona la comunicazione nella rete c’è oramai una vasta letteratura.

La chiave della comunicazione è nel concetto di peer pressure, la pressione sociale dei pari: facciamo qualcosa più probabilmente se ce lo chiede qualcuno che ci sta vicino; ci adeguiamo con piacere a quello che si fa nel nostro piccolo mondo. Se tutti parlano di un argomento, siamo spinti a parlarne anche noi e così via. Questo significa annullare (o quasi) il messaggio dall’alto. Le idee, le “notizie” vengono instillate da una galassia di siti su interessi specifici e impolitici (salute, bellezza, etc.).

L’obiettivo è creare uno sciame di persone che segue un’idea, ciascuno convinto che sia la propria e che nasca dal basso, dalla spontaneità dei propri pari: “Una formica – scrive Casaleggio – non deve sapere come funziona il formicaio”. In sostanza è un utilizzo spregiudicato delle nuove forme di comunicazione, che prima erano da-uno-a-tutti (tv, giornali) e oggi sono da-uno-a-uno.

Differenti sono le strategie, ma comune è l’obiettivo di suscitare reazioni sul piano emotivo. La politica è la conseguenza della reazione emotiva. L’atteggiamento politico si forma sull’onda dell’emozione, perché sale da questo strato molto profondo per poi farsi razionale. È esattamente l’opposto rispetto al passato, dove il messaggio partiva dall’alto (le idee del partito) e si diffondeva verso il basso, in cui i fatti erano, al massimo, le “prove a sostegno”, non il fattore costituente dell’emozione.

La strategia autoreferente dell’élite

Nello straripare del “potere della folla”, gli spazi di comunicazione dell’élite, tutta fondata sugli aspetti qualitativi, sono sostanzialmente collassati. Il citarsi a vicenda; il linguaggio ammiccante e opaco; il titolo accademico o altro a sostegno del contenuto (non sempre di valore, per altro), hanno oramai spazi angusti (con solo poche eccezioni). Non che prima avessero un seguito di massa. Ma la massa non interveniva. Adesso la massa c’è, e scrive editoriali. In qualche modo si è “liberata” dell’élite, della sua incombenza e che questo non sia un bene non cancella la sua consistenza.

Arriviamo perciò al nodo centrale: posto che il mondo adesso è così; che la comunicazione è questa; che le regole sono cambiate, come rompere la simmetria tra una comunicazione magari colta (non sempre, non sempre, perché la classe dirigente italiana non è certo fra le più colte, anzi…) e comunque tra una comunicazione che vuole essere colta e ormai senza più potere di influenza e una comunicazione che ha uno straordinario potere d’influenza, ma per ottenerlo sollecita spesso i peggiori istinti?

C’è allora un punto debole delle emozioni da sottolineare, ed è che cambiano e si consumano rapidamente. Le emozioni sono controvertibili, vivono lo spazio di un mattino, se poi non trovano modo di radicarsi. Il radicamento avviene appunto con il meccanismo dello sciame. Ma lo sciame può essere “hackerato” dalla perfetta e onesta informazione, dal lavoro faticoso dell’ancoraggio ai fatti, da un atteggiamento umile, da un opposto peer-to-peer, che diventi (finalmente) comprensibile a tutti.

È una guerra inedita, ma è una guerra, molto più sofisticata di quella combattuta tra i prìncipi editorialisti dei giornali o di audience in televisione, come visto nel passato tra Berlusconi e Santoro. È una guerra in cui ci dev’essere un mix di psiche, politica e arte retorica.

La gente non ha solamente emozioni negative (rabbia, rancore, vocazione all’insulto), esistono anche le emozioni positive che mobilitano le persone. Abbiamo esempi innumerevoli sul terreno collettivo e di ciascuno. C’è tanta gente che si spende per buone cause, che si emoziona nel seguire gli istinti migliori e non quelli peggiori. Non si tratta però dei “buoni” contro i “cattivi”, perché sarebbe la peggiore in assoluto.

Torniamo allora a Lincoln, che per contrastare i paesi schiavisti del sud, non li ha chiamati “razzisti”, ma ha sostenuto la superiore grandezza e l’emozione più grande dell’idea che quella nazione sia stata fondata sul principio che tutti gli uomini sono creati uguali e sulla libertà.

La potenza di quell’idea, razionale ed emotiva insieme, ha vinto sulle altre. Ha fatto appello all’ambivalenza della natura umana, alla presenza di contraddizioni profonde in ciascuno, al nord come al sud, e alla necessità che prevalesse la parte migliore di ciascuno. Una lezione, perché non demonizza l’avversario, ma comprende i suoi demoni per liberarli da loro stessi. Così ha vinto una guerra ben più pesante del populismo e creato la nazione più libera e più forte del mondo. La vicenda del populismo, nel suo piccolo, non è diversa.

A.Preiti – HuffingtonPost, La strategia digitale contro il populismo