Culture

Il racconto: Dalla parte di Branduzzo

(P.Luporini – onda Newspaper, 09/07/14) – Il pensiero di Fabrizio andava spesso alla zia Margherita, che viveva sola in una grande casa, una villetta nella zona residenziale del paese di Calcababbio. Aveva un figlio sposato che andava spesso a visitarla e a portarle la spesa. Ma gran parte del tempo lo passava completamente sola e se ne lamentava. “Sono sola come un cane”, diceva a Fabrizio quando lui le telefonava. Si lamentava della vecchiaia e suggeriva, con la frase del poeta, che la morte giovane è molto meglio dell’invecchiare. Fabrizio le rispondeva che invecchiare è meglio che non invecchiare affatto. La zia non era più indipendente perché doveva ricorrere spesso all’aiuto di parenti o vicini. Citava spesso Dante: “Sapessi come sa di sale lo pane altrui e lo scendere e il salir le altrui scale” e sottolineava che il poeta diceva “lo scendere” perché era già salito almeno una volta. Soffriva della perdita della memoria e ricordava fatti e situazioni lontane, versi di poesie e regole di latino imparate a scuola ma non ricordava quello che si era detto o fatto qualche minuto prima. Così, oltre a suggerire al cugino di prendere una badante per la zia, Fabrizio sentiva l’obbligo di andare a visitarla più spesso che poteva, anche se risiedeva a 220 chilometri dal paese. Un venerdì di maggio prese il treno per Voghera e fece tutto il viaggio visionando un film di kung-fu sulla Playstation Portatile. Non badò affatto alla bella vicina di posto, completamente immerso nel sonoro dei colpi amplificati negli auricolari. Arrivò alla sera all’ora della cena. Ad attenderlo alla stazione c’era Riccardo, un altro cugino, figlio dello zio Vittorio, che abitava a Voghera e che con la macchina lo portò alla casa della zia. Riccardo si fermò una mezz’ora, il tempo della cena, a chiacchierare con Fabrizio e con la zia. Parlava volentieri di Marcello, il suo bambino di pochi mesi, e dei progressi che faceva. Con battute ironiche si lagnava delle notti insonni che gli faceva passare. Rimasti soli, la zia ed il nipote si misero a parlare davanti al televisore acceso. Fabrizio era rilassato e le parlava di Marco Valerio, suo figlio, della sua buona indole e dell’abilità con il computer e con i videogiochi. La zia gli chiedeva: “Va bene a scuola?”. Fabrizio l’aggiornava sul rendimento del figlio che frequentava la prima elementare e che trovava qualche difficoltà nella scrittura. Si era dovuto ricorrere ad una logopedista, visto che il ritardo era dovuto al suo linguaggio infantile e a diversi difetti di pronuncia. La zia gli chiedeva allora: “Che classe fa?”. Fabrizio ripeteva che stava frequentando la prima e che sarebbe stato promosso ma avrebbe avuto l’aiuto di una maestra anche durante l’estate, a pagamento. Allora la zia continuava a chiedere: “Va bene a scuola?” Con pazienza il nipote dirottava il discorso su qualche altro argomento, con qualche domanda sui parenti che abitavano a Calcababbio. La zia Margherita rispondeva che i parenti non sono più quelli di una volta. Non si facevano mai vedere. Ognuno resta a casa propria e si fa la sua vita. Nemmeno il gatto del vicino veniva più a trovarla. Fabrizio sapeva invece che lo zio Vittorio, il fratello, andava sovente a visitarla, ma lei non se lo ricordava. Fattosi tardi, Fabrizio si congedò dalla zia e salì in camera al piano di sopra, dove il letto a due piazze era stato preparato dalla colf ucraina che aiutava la zia nelle pulizie una volta alla settimana. Rimasto da solo nella camera, prese sonno ascoltando musica dalla PSP. Il mattino dopo si alzò tardi, poltrendo a lungo. La zia aveva preparato il latte nel tetrapak ed i suoi dolcetti “dietetici”, come li chiamava lei, perché senza burro, per chi ha problemi di colesterolo. Poco dopo colazione arrivò lo zio Vittorio, preannunciato dal cane dei vicini. Lo zio, dopo aver parlato un po’ con la sorella, chiese a Fabrizio se voleva andare con lui al cimitero a pregare sulla tomba dei nonni. Fabrizio, che era già pronto, uscì con lo zio, che lo portò in macchina in paese. Vittorio si recò prima di tutto dall’amico Attilio, che era a casa ancora in ciabatte. Gli chiese se aveva voglia di camminare con loro. Attilio rispose che si sarebbe preparato e li avrebbe raggiunti a piedi al cimitero. Sempre con la macchina si spostarono, lo zio e Fabrizio, sino al piazzale davanti al cimitero. A piedi percorsero il vialetto che li portava alla tomba di famiglia. Vi erano sepolti i nonni materni di Fabrizio ed i bisnonni, oltre allo zio Lino, il marito della zia Margherita. Fabrizio recitò un “Eterno riposo” per ciascuno di loro, mentre lo zio Vittorio faceva lo stesso.
Lo zio chiese a Fabrizio se andava al cimitero della sua città alla tomba dei genitori e se faceva dire qualche messa per loro. Fabrizio rispose che era tanto che non andava al cimitero, ma promise che avrebbe dedicato una messa ad entrambi. Passarono davanti alla tomba della mamma dello zio Lino, la suocera della zia Margherita, e davanti a quelle dei cugini Cesarino e Gianfranco, detto “Tato”, perché balbettava. Videro le foto dello zio Agostino e della zia Irene; capitarono alla tomba della zia Angioletta e, già che c’erano, si diressero a cercare quella della zia Pina, la sorella della nonna Natalina, e quella dello zio Martìn. I loro defunti formavano una famiglia ora più numerosa di quella vivente e ciascuno dei suoi membri aveva una sua storia, come in altri famosi cimiteri della letteratura (Elegy written in a country churchyard, Antologia di Spoon River). Nella loro famiglia non si distinguevano artisti sconosciuti, ma anche qui “il matto”, l’arguto, il cantante, il genio dello scherzo, l’amministratrice del patrimonio familiare, la “santa”, l’amante dalle doti segrete. Non veri ribelli, ma contadini che, pur stando negli schemi della vita di paese, vivevano le loro trasgressioni. Ogni pur breve pensiero rivolto a loro li riporta in vita durante la visita al cimitero di Calcababbio. Fuori dal cimitero di campagna li aspettava Attilio. Lo zio Vittorio gli disse che pensava di andare dalla parte di Branduzzo, di percorrere un cammino in cerchio, attraversando cascine e campi che ai loro tempi erano vivi e pieni di lavoro mentre ora erano lasciati andare, e di rientrare dalla parte di Verretto, per andare ad assaggiare i fiori dei gelsi, che dovrebbero essere a buon punto. Si incamminarono, e vennero subito a parlare della trasmissione televisiva serale che trattava di politica, che aveva visto protagonista l’On. Antonio Di Pietro, l’inclassificabile ribelle difensore della giustizia. Bisogna dire subito che trovava le antipatie dello zio Vittorio, nettamente schierato a difesa del governo e del suo premier, mentre Attilio approvava le denunce che erano giunte dallo schermo. Fabrizio incalzava la discussione, camminando più veloce che poteva, dietro, oppure in mezzo ai due, che avevano il passo allenato.

branduzzoSuperarono Branduzzo, il castello del Marchese, la cascina che vi era compresa e i fondi occupati dagli extracomunitari, gli unici abitanti di tutto il complesso, ora desolatamente abbandonato. Fabrizio aveva a casa le foto del giardino con piccola piscina per pesci rossi di quando il marchese aveva invitato sua madre e suo padre per il tè, in cui figurava lui, il piccolo Fabrizio, in pantaloncini corti, con un enorme delfino azzurro regalo della marchesa. Lo zio Vittorio osservava che a quei tempi chi era sotto il marchese era molto poco libero, ma non aveva problemi di crisi come adesso, e che era tragico questo sfacelo e abbandono in cui era caduto il castello, alla mercé di chi volesse occuparlo. Fabrizio, arrancando, sosteneva che invece era indecente che ci fossero dei miserabili che avessero bisogno di tuguri così fatiscenti e pericolanti. Come si vede, i due punti di vista erano opposti. Eppure i tre camminavano insieme, portati da un fuoco nelle gambe almeno pari a quello che li infiammava nelle parole. Superarono un pezzo di tratturo che divideva due campi molto aperti che confinavano all’orizzonte a sinistra con la ferrovia Milano-Genova, interrotti soltanto dalla strada che da Castelletto di Branduzzo portava al Castello del Marchese, Branduzzo. A destra, non molto distante, si stendeva una folta macchia di latifoglie. Arrivarono così ad ammirare un’imponente struttura di mattoni cotti: una grande cascina abbandonata e con le entrate murate per impedirne l’occupazione da parte di abusivi. La lasciarono alla sinistra non senza aver ricordato che ci lavoravano questo e quello, vecchi già trapassati del paese. Camminarono per un tratto in silenzio perché il passo, il ritmo, e la frequenza (cardiaca) erano un po’ elevati. Il sentiero cominciava a curvare a destra, dove al suo fianco c’era una bella foresta di pioppi dal cui interno venivano i rumori della sua propria fauna che si teneva completamente nascosta nel sottobosco o nella chioma degli alberi. C’erano, ad immaginarsi, tordi, corvi, una coppia di fagiani, leprotti. Nei pressi del sentiero non c’erano insetti e neppure farfalle, che invece in piena estate svolazzavano con la loro tavolozza portatile di colori. Proprio qui, a Calcababbio, alla scuola della zia maestra, Fabrizio aveva iniziato una buona collezione di insetti e soprattutto farfalle e coleotteri, i suoi preferiti, dopo essere partito dalla realizzazione di un terrario, sezione di un formicaio inserito tra due vetri per poter essere ammirato in cantina da lui e dall’amico Luigi Furini, che da adulto seguirà come giornalista la vicenda di “Mani pulite” e, da scrittore, scriverà della sua esperienza di pizzaiolo, alle prese con le difficoltà tutte italiane di “fare impresa”. Attilio richiamò Vittorio ricordandogli che mancava poco alla tomba del primo partigiano fucilato dai fascisti di Rivanazzano. Era il 3 gennaio del ’45: erano andati a prenderli nelle case, quando dappertutto era gelo. Li avevano tirati giù dal letto, strappati all’abbraccio delle mamme. Giovani, magri per gli stenti della guerra, ma belli. Poi, sul camion, neanche un interrogatorio, tanto c’era già stato chi aveva parlato. Arrivati in quel preciso punto, il camion si era fermato, un ragazzo spinto giù. Un fascista gli aveva regalato una breve raffica, senza scendere, e via, più avanti, dove era la volta del secondo e più avanti del terzo. Tre lapidi distinte, presso tre cascine diverse, perché i contadini sapessero di che pasta erano fatti i fascisti, “italiani” come loro. Alla prima lapide i tre si fermarono.

cippopartigiano

Ognuno guardò la foto del giovane partigiano, a figura intera, nel vestito del giorno della festa, sguardo fiero, un leggero sorriso. Vittorio suggerì di dire una preghiera.Ciascuno così fece, in cuor suo. Da quel punto, dalla tomba del partigiano, Vittorio si fece più riflessivo, e se ne uscì con: “Sono morti per la nostra libertà.” Anche gli altri stettero zitti per un po’, sino a quando il terreno divenne fangoso ed il passaggio difficilissimo. Bisognò ingegnarsi a seguire i cordoli più duri lasciati ai bordi dei solchi delle ruote delle auto passate di lì quando sulla strada era appena piovuto, o a mettere i piedi ai lati della strada carrareccia, sull’erba, sui rami caduti. Dopo un po’, viste le condizioni in cui si erano ridotte le scarpe, rassegnati, si mettevano i piedi anche nel fango, rischiando però di lasciare la scarpa intrappolata. Attilio se ne uscì in qualche motto di spirito, mentre Vittorio, che era vestito elegantemente, non si lamentava, abituato dalla frequentazione abituale dei cantieri edili, visto che era il “Geo”, il geometra. Arrivarono alla tomba del secondo partigiano, sulla quale si soffermarono per una preghiera e su cui si poterono fare considerazioni simili. Vittorio disse: “Alla lunga, sarà servito a qualcosa?”. Altri silenzi…in cammino. Terza cascina, terza tomba, stavolta un giovanissimo. Disse Fabrizio: “Chissà se i fascisti lo avranno lasciato per ultimo per pietà? …“Pietà l’è morta”, ho visto scritto su un muro in una foto.” Attilio ricordò che quel giovanissimo partigiano era sopravvissuto al padre morto da poco in Russia. La madre aveva perso in poco tempo anche lui. Attilio annunciò che la prossima tappa sarebbe stato il pozzo dove si erano asserragliati altri tre partigiani che avevano dovuto subire l’assedio dei fascisti in pieno giorno. Uno di loro si era calato nel pozzo ed era poi sfuggito alla cattura, mentre gli altri due erano usciti allo scoperto in un’ultima sortita disperata. Si dice che fossero stati colti dall’ultima raffica al grido di “Viva l’Italia!”. E’ da dubitare che siano state queste le ultime parole dei due eroi, ma il solo fatto che molti lo riferiscano la dice lunga sul sostegno popolare dei partigiani nelle campagne dell’Oltrepò Pavese. Arrivati al pozzo, Attilio mostrò ai due la piccola cappella costruita in memoria di quel gesto. Anche qui suggerì una preghiera facendosi il segno della croce. Fabrizio rimase molto colpito dal tema prevalente di questa passeggiata e decise in quel momento che l’avrebbe sempre ricordata, così come avrebbe ricordato le facce di quei giovani uomini del paese di sua madre, morti per la libertà, a causa dell’ingiustizia, del sopruso, della brutalità. Il terreno era più solido e pulito e passarono vicino ad una fabbrica costruita da pochi anni e che sembrava florida. Poco lontano da lì c’erano i gelsi e Vittorio e Attilio mostrarono a Fabrizio quali fiori cogliere, i più maturi, per gustarli al meglio. Ma Fabrizio imparò da sé a non scartare quelli appena poco più acerbi, altrimenti molto presto non ci sarebbero più stati altri fiori da assaggiare, perché la maturazione era appena iniziata. Per questa scaltrezza Fabrizio si soffermò più a lungo degli altri due a gustare i fiori dei gelsi, mentre loro aspettavano conversando di cose del paese. La tensione della camminata si era così sciolta mentre si rientrava in paese dalla parte di Verretto, proprio sulla strada della casa di Attilio, all’interno della quale Vittorio e Fabrizio lo salutarono proseguendo nuovamente verso il cimitero per recuperare l’auto. A casa della zia Margherita si sedettero a tavola per assaggiare il minestrone della zia, non prima di essersi puliti le scarpe infangate. La televisione proponeva Emilio Fede…

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