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In un libro un naufragio del 1989 a La Spezia

In un libro un naufragio del 1989 a La Spezia

(S.Coggio – Il Secolo XIX, 14/02/20) – «È stato come trovarsi davanti ad un plotone di esecuzione. Io ho vissuto la morte, l’ho sentita. Avevo dentro un freddo tombale che non si può raccontare. In quelle 30 ore in mare, persi 15 chili. Ricordo che mi colpivo da solo, nel tentativo di non morire. Vedevo mia moglie davanti alla mia bara, con i bambini per mano. Non volevo abbandonarli». Era il 28 ottobre del 1989, una battuta di pesca al Tino finì in naufragio.

Solo dopo trent’anni uno dei due superstiti è riuscito a raccontare la sua storia in un libro Acqua Salata. Sarà presentato il 21, alle 17, in Provincia. L’autore è Fabrizio Ghironi, che all’epoca aveva solo 35 anni ed era partito all’alba da Groppoli di Mulazzo, per pescare col cugino Giancarlo, 59 anni, titolare dell’hotel Ghironi, presidente degli albergatori. Giancarlo morì. Morì un suo amico, Sauro Brignole, 56 anni. Sopravvisse, oltre a Fabrizio, il mitilicoltore Vittorio Lelli, che ancora adesso – confida a fatica – non trascorre una notte o un giorno senza ricordare.

«Ci penso ancora appena mi sveglio – dice Lelli – non voglio parlarne, l’ho promesso a quanti sono mancati. La mia forma di rispetto per le vittime, è il silenzio». Non ha mai voluto parlarne nemmeno Fabrizio. Però, a distanza di trent’anni, ha scritto la sua storia, per i suoi cari, tirando fuori tutti i fantasmi di quelle trenta ore, legati ad un salvagente, quando le navi passavano vicine senza vederli. «L’ho scritto per me. È anche la storia personale della mia riscoperta della fede. Poi, chi l’ha letto, mi ha chiesto perché non condividerlo con gli altri. Ed io, dopo tanti anni, ho pensato che fosse arrivato il momento».

È una storia tremenda. «Una nave ci colpì, finimmo sotto, aspettavamo i colpi delle eliche, certi di morire. Invece no. Tornammo a galla. Mi apparivano nella mente immagini che non governavo. Non potevamo parlare, solo balbettare, dal freddo lancinante. Mente e corpo decidevano per me. So di aver tenuto mio cugino, finché è rimasto in vita». Non c’era nulla che si potesse fare. Nulla. Solo aspettare. Giancarlo fu il primo a morire. L’amico Sauro mancò poco prima dell’arrivo dell’elicottero che salvò Fabrizio e Vittorio. «In certi momenti – dice il superstite – capisci davvero il bene che vuoi alle persone».

Non decisero loro chi si sarebbe salvato. «Con dignità, aspettammo insieme, senza lasciarci andare». Decise il destino. Il destino che scatenò una burrasca, in una giornata che pareva solo incerta: «La barca andò giù in un attimo. Fu Vittorio a dire di legarsi alla ciambella, un’intuizione». Al dolore non c’è più rimedio: «Raccontando, voglio solo raggiungere il cuore di tutti, c’è anche un messaggio di fede. Spesso mi interrompo e piango. Mi appaiono e scompaiono mille cose in testa. Come il pensiero che quel giorno avrei voluto portarmi dietro mio figlio, di 3 anni. All’ultimo, decisi di no. Non si sarebbe mai salvato».

S.Coggio – Il Secolo XIX, In un libro il naufragio dell’ottobre 1989: «Trenta ore in mare aperto, così mi salvai»

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