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La posizione contro gli animalisti di F.Savater

(Onda International, 18/09/13) – Pubblichiamo di seguito la traduzione in italiano dell’articolo “Contra los animalistas” recentemente scritto da Fernando Savater. Pur premettendo di non condividere completamente le sue posizioni, riteniamo che siano degne di rispetto, soprattutto in considerazione del livello culturale e del coraggio dimostrato dall’Autore in diversi frangenti storici. Per chi non lo conoscesse ancora ecco una sua breve biografia: nato a San Sebastián (Paesi Baschi spagnoli), studiò Filosofía nella Complutense di Madrid, per poi lavorare come assistente professore  nelle facoltà di Scienze Politiche e di Filosofia dell’Universidad Autónoma di Madrid, da dove fu allontanato nel 1971 per ragioni politiche, a seguito delle sue posizioni anti-franchiste; è stato  anche professore di Etica e di Sociología della UNED dell’Università del País Vasco per più di dieci anni. Ormai in pensione dall’insegnamento, è collaboratore abituale del giornale El País e co-direttore insieme a Javier Pradera della rivista Claves.
Ha fatto parte di varie organizzazioni per la pace e contro il terrorismo nei Paesi Baschi, tanto da essere minacciato di morte da ETA e costretto a vivere sotto protezione fino al 2012.
Nell’aprile del 2013, a seguito di una votazione realizzata in più di 100 paesi su un campione superiore a 10.000 persone, è stato incluso dalla rivista inglese Prospect tra i 65 pensatori più influenti del mondo.

Contro gli animalisti
(F.Savater – Soho.com.co, 09/09/13 – traduzione a cura di A.Cacciola Donati) –
Poco fa, tra le domande che inevitabilmente seguono a una conferenza, come la morte dopo l’agonia, una signora mi ha chiesto con una certa belligeranza: “Lei non crede che anche gli animali possano avere dei diritti umani?” Le risposi che, in effetti, se gli animali avessero dei diritti, dovrebbero anche essere umani, poiché non esistono “diritti animali”. E, inoltre, dovrebbero anche avere dei doveri umani e potremmo far loro dei rimproveri morali quando li compiono in modo soddisfacente. A ben pensarci, sarebbe crudele complicar tanto la vita ai poveri animali…
In generale, gli animalisti – come la signora che mi ha interrogato – credono di difendere un’etica vicina alla natura ed estranea ai pregiudizi teologici, però è esattamente il contrario, ovverosia: gli animalisti hanno una prospettiva della natura moralizzante e antropomorfica. Nella natura esiste una lotta continua tra bisogni opposti, in tal senso non si potrà mai costringere un essere a rinunciare a ciò che gli conviene nell’immediatezza in nome di un principio superiore, che è precisamente quello che richiede la morale. Includere gli animali nell’ambito etico come soggetti significherebbe cancellarli dal processo evolutivo naturale e convertirli in umani mascherati; d’altro canto, se siamo noi umani a dover avere degli obblighi morali nei confronti degli animali, ci dovremmo autoproclamare coscienza universale e guardiani responsabili del resto della natura. Andiamo, sarebbe un caso unico: maggior antropocentrismo è impossibile!
La prospettiva etica si basa sul riconoscimento dell’umano da parte dell’umano, cioè, nel distinguere gli umani dagli altri esseri naturali e sull’assumere degli obblighi al suo riguardo che non esistono nei confronti degli altri esseri.  Non si tratta di essere né i migliori né i padroni del mondo: solamente consiste nell’accettare empiricamente che siamo importanti per i nostri simili e che condividiamo e scambiamo reciprocamente un senso simbolico e non meramente zoologico.
Tale senso condiviso solitamente lo denominiamo dignità umana ed i diritti umani ne esprimono la codificazione civile. Esistono due forme per usar in modo improprio questi diritti: la prima, riservandoli solo a certi esseri umani escludendone altri, per ragioni sociali, ideologiche o altro; la seconda, estendendo questi diritti al punto tale da rendere evanescente il profilo umano tanto da confonderlo con quello di qualsiasi altro animale, nonostante questi non sia dotato né di ragione simbolica né di libertà.
Concordo pienamente che dobbiamo evitare di maltrattare gli animali, non perché abbiamo degli obblighi morali nel rispettarli ma, piuttosto, per rispetto alla nostra stessa dignità, che include la compassione e il rifiuto della crudeltà. Ma, anche, per ragioni estetiche, poiché non esiste niente di peggio che provar piacere causando del dolore gratuitamente. Ebbene, maltrattare un animale vuol dire trattarlo in un modo non corrispondente alla propria condizione: come fare una corrida con una pecora, mangiare il gatto che ci tiene compagnia o cercare di mungere dei topi. Non sussiste il maltrattamento, però, quando si utilizzano certi animali in accordo con il fine per cui sono stati creati e incluso “disegnati” per noi: fornirci alimento, prestarci la loro forza o affascinarci con la bravura che esprimono nella lotta. E’ evidente che la massificazione industriale rende la vita dei maiali o delle galline molto più dura di quello che potrebbe essere… similmente a quanto soffrono milioni di esseri umani per gli stessi motivi. In questo senso, hanno più fortuna i tori da corrida e i cavalli da corsa perché, appartenendo al mondo dello spettacolo, hanno sempre un qualcosa di aristocratico e le occasionali pene della loro esistenza sono compensate da grandi privilegi.
D’altro canto, se tra gli uomini esistono degli umanisti tra gli animali non ci sono “animalisti”, seguiamo il loro esempio.

Contra los animalistas (versione originale in spagnolo)
Hace poco, en las preguntas que inevitablemente siguen a una conferencia como la muerte sigue a la agonía, una señora me preguntó con cierta beligerancia: “¿No cree usted que los animales también tienen derechos humanos?”. Le contesté que, en efecto, si los animales tuviesen derechos, estos deberían ser humanos, porque no existen los “derechos animales”. Y además también tendrían deberes humanos y podríamos hacerles reproches morales si no los cumpliesen a nuestra satisfacción. Bien pensado, sería cruel complicarles tanto la vida a los pobres bichos…
Por lo general, los animalistas —como la señora que me interpeló— creen defender una ética cercana a la naturaleza y alejada de prejuicios teológicos, pero lo cierto es más bien lo contrario, o sea: que tienen una perspectiva de la naturaleza moralizante y antropomórfica. En la naturaleza existe una pugna entre necesidades opuestas, pero ningún ser tiene la obligación de renunciar a lo que inmediatamente le conviene en nombre de un principio superior, que es precisamente lo que suele pedir la moral. Incluir a los animales en el ámbito ético como sujetos sería borrarles del proceso evolutivo natural y convertirles en humanos disfrazados; si en cambio somos los humanos quienes tenemos obligaciones morales respecto a ellos, nos autoproclamamos conciencia universal y guardianes responsables del resto de la naturaleza. Vamos, un caso único: mayor antropocentrismo, imposible.
La perspectiva ética se basa en el reconocimiento de lo humano por lo humano, es decir, en distinguir a los humanos de los demás seres naturales y asumir obligaciones respecto a ellos que no tenemos frente al resto de lo que existe. No se trata de que seamos los mejores ni los dueños del mundo: solo consiste en asumir prácticamente que somos importantes para nuestros semejantes y que compartimos un sentido simbólico, no meramente zoológico, que nos damos unos a otros. A ese sentido compartido solemos llamarle la dignidad humana y los derechos humanos son su codificación civil. Hay dos formas de malograr esos derechos: la primera, reservándoles para solo unos cuantos humanos y excluyendo a los demás, por razones raciales, ideológicas o lo que fuere; la otra, extendiendo tales derechos hasta que difuminen el perfil humano y lo confundan con cualquier otro animal, aunque no esté dotado de razón simbólica ni de libertad.
Estoy de acuerdo en que debemos evitar el maltrato de los animales, no porque tengamos la obligación moral de respetarlos sino por respeto a nuestra propia dignidad, que incluye la compasión y rechaza la crueldad. También por estética, ya que no hay nada de peor gusto que disfrutar causando dolor porque sí. Ahora bien, maltratar a un animal quiere decir tratarlo como no corresponde a su condición: lidiar en la plaza a una oveja, comernos al gato que nos acompaña o intentar obtener leche de las ratas. Pero no hay maltrato en utilizar a ciertos animales de acuerdo con el fin para el que han sido criados e incluso “diseñados” por nosotros: proporcionarnos alimento, prestarnos su fuerza o fascinarnos con la bravura que ponen al luchar. Es cierto que la masificación industrial hace la vida productiva de cerdos o gallinas mucho más incómoda de lo que pudiera ser… algo que también padecen millones de humanos por motivos parecidos. En ese sentido, los que tienen mejor suerte son los toros bravos y los caballos de carreras porque pertenecer al mundo del espectáculo siempre tiene algo de aristocracia y sus existencias compensan ocasionales penalidades con grandes privilegios.
Por lo demás, entre los hombres hay humanistas pero entre los animales no hay “animalistas”: sigamos su ejemplo.