Liguria

L’armatore che vuole riportare in mare il leudo

L'armatore che vuole riportare in mare il leudo

(F.Margiocco – Il Secolo XIX, 11/11/19) – Il 16 novembre compirà novant’anni. «Pochi se penso a tutte le cose che ho fatto, e troppi per quelle che mi restano da fare». Mosè Bordero se ne sta seduto sul ponte del suo leudo, a sei metri di altezza, sotto un telo di plastica che lo ripara dalla pioggia. Lo scheletro c’è tutto, la coperta pure, il fasciame è da ultimare. «Per finirlo avrò bisogno di un paio d’anni». Bordero Lunga diciotto metri, alta sei e larga altri sei, l’opera troneggia in uno spiazzo a Casarza Ligure, nel parcheggio comunale di via De Gasperi. Bordero ha cominciato a costruirla nel 2008, prima in un capannone nella frazione di Battilana, finché lo spazio del capannone gli è bastato, poi nel parcheggio.

«Sono grato al sindaco di Casarza di allora, Claudio Muzio, che ha insistito per darmi questa piazza, gratis. E al Comune, che continua a ospitarmi. Ci tengo che sappiano che non li sto prendendo in giro. Ancora un po’ di pazienza, e “Con l’aiuto di Dio” navigherà». “Con l’aiuto di Dio” è il nome che ha dato all’imbarcazione, un omaggio a un suo vecchio amore e alla scelta di affrontare quest’impresa contro le leggi del buonsenso. Quando ha cominciato, nel 2008, Bordero aveva 78 anni. «Ho fatto tutto da solo, comprese queste capriate», dice indicando la tettoia ad archi che sovrasta il leudo e che regge un telo per proteggerlo da acquazzoni e venti di tramontana.

«Tutto da me, a eccezione del trasporto dal capannone a qui, su un camion, e dell’aiuto di un’auto-gru per sollevare le capriate». Sul suo banco da lavoro accanto al leudo, Bordero tiene un libro rilegato in una tipografia. L’autore si chiama Maurizio Comola, ex dirigente di Ansaldo in pensione. «Un giorno è venuto a trovarmi nel capannone, mi ha chiesto cosa stessi facendo, si è innamorato dell’idea e l’ha seguita passo passo». Ne è nato un piccolo manuale d’ingegneria nautica che descrive nei dettagli la costruzione del leudo. «Ora vuole tradurlo in inglese». Nei suoi “Appunti di un carpentiere di marina”, Comola parla di Bordero come di un «costruttore amatoriale» che si è «beato di costruirsi da solo uno scafo di diciotto metri» optando sempre «tra le innumeri possibilità …per quella “da solo”». Il suo metodo «converte il quartabuono da un problema di angoli a un problema lineare, elimina il disagio di lavorare carponi sul pavimento, concentra tutte le attività su un robusto banco, che alternativamente viene usato come piano di tracciatura, banco di laminazione, banco di assiemaggio delle costole ai madieri, banco di collaudo dei quinti assiemati».

Comola arricchisce gli appunti con suoi disegni che illustrano l’esecuzione dei lavori. «Dopo averli visti, due suoi amici, un ingegnere navale francese e uno inglese, hanno voluto conoscere il mio lavoro dal vivo». Bordero non è un maestro d’ascia anche se a Riva Trigoso, il suo paese, lo chiamano “l’armatore”. «Certi lavori li imparo in fretta». Da ragazzo, appena diplomato all’istituto nautico di Genova, si è imbarcato fino a diventare ufficiale su una nave petroliera della Esso. «Dicevano che sarei diventato capitano».

La tubercolosi glielo ha impedito e lo ha costretto a reinventarsi. All’inizio degli anni Cinquanta, non ancora trentenne, è diventato impresario edile e su un terreno di famiglia, con un amico geometra, ha costruito la sua prima casa, la prima in cemento armato del paese. Decine di case dopo, siamo nel 1972, con una spesa di 5 milioni di lire Mosè Bordero si è concesso un lusso. «Andai da Angelo, detto Giulìn, e gli chiesi di vendermi il suo leudo. Mi rispose che, a me, lo vendeva volentieri. Perché sapeva che lo avrei rispettato». A quel leudo Mosè deve i ricordi più belli della sua vita, i viaggi con la moglie e i ragazzi in barca, da Riva Trigoso a Carloforte, all’isola di Montecristo, alle Eolie. Gli voleva così bene che, unica tra le sue proprietà, si era rifiutato di darla in pegno alle banche. Convinto che bastasse. All’inizio degli anni Ottanta il vento cambia direzione.

«Avevo costruito case su case, spinto da una domanda in continua crescita. C’era l’inflazione, il mattone era un bene rifugio, gli affari andavano bene. Ma poi il governo tira fuori i titoli di Stato, Bot e Cct, e la gente corre a comprarli. Perché rendono molto, più del mattone. Così mi ritrovo con tante case costruite e invendute». La ditta di Mosè fallisce, le banche gli pignorano le case. «Ci ho rimesso sei miliardi di lire». E alla fine decide di vendere anche il leudo. “Il Nuovo Aiuto di Dio”, questo il nome di quella barca, è tenuto in vita oggi da un’associazione e, quando non naviga, riposa sulla spiaggia di Sestri Levante. È l’ultimo leudo navigante rimasto in Liguria, l’ultimo esemplare di un’imbarcazione che un tempo, cento e più anni fa, riempiva il Tigullio.

A Riva Trigoso quasi ogni famiglia aveva il suo. Lunghi una ventina di metri, alti sei e con un albero di dieci metri sul ponte, per i loro fianchi rotondi erano detti “tombolotti del mare” e con le pance piene di vino, olio, pecorino o altre merci, solcavano il Mediterraneo, dalla Liguria verso la Sardegna, la Sicilia, la Catalogna. Ne è rimasto solo uno. «Tra poco saremo in due». Bordero arriva in via De Gasperi ogni mattina e si ferma fino a sera. Lavora a colpi di pialla, scalpello, martello, sega e trapano. Per costruire la chiglia, la spina dorsale, ha usato legno di rovere, acacia per l’ossatura, mogano per le coperture. L’energia per i pochi arnesi elettrici gliela fornisce, gratis, con una prolunga, il consorzio di cooperative “Tassano” che ha sede lì di fronte. Per il resto, il leudo se lo sta costruendo da solo. Lo ha chiamato “Con l’Aiuto di Dio” in omaggio al suo vecchio amore e alla provvidenza. Dice che per il varo ci vorranno ancora un anno e mezzo, due al massimo, di lavoro. «Finché l’Eterno mi dà una mano, vado avanti».

F.Margiocco – Il Secolo XIX, L’armatore novantenne che vuole riportare in mare il leudo

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