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ll viaggio e l’avventura: l’età dell’autostop

(I.Abelli – La Gazzetta di Parma, 16/01/19) – Potevano nascere amicizie. E qualche volta storie d’amore. Lunghe un giorno. E qualche volta lunghe tutta una vita. Erano gli anni Sessanta e Settanta, era il periodo d’oro dell’autostop. Eravamo tutti più spensierati, e in quel modo di viaggiare c’era l’entusiasmo semplice delle nuove generazioni che sentivano, anche in Italia, il vento hippy che già soffiava in America. Le cinture di sicurezza erano ancora un optional e sulle strade dominavano la scena le Fiat, le Opel Kadett, le Ford, i Maggiolini, le Alfa. Il linguaggio dell’autostoppista era universale: si esponeva il pollice e si aspettava che qualcuno accostasse, per poi accertarsi che si potesse condividere l’intero itinerario o almeno qualche chilometro. «Comunione e locomozione», parafrasava ironico qualcuno. C’erano il fascino dell’avventura e la voglia di scoprire il mondo, di allacciare nuovi contatti (casuali, certo, ma più veri e diretti rispetto a quelli delle odierne chat). E, particolare non trascurabile, era tutto gratis. Si faceva l’autostop per andare a scuola, in vacanza, a ballare. Senza confini: la destinazione poteva essere dietro l’angolo o dall’altra parte dell’Europa. Fidenza o Barcellona, Milano o Parigi. Gli autostoppisti erano per lo più giovani, mentre la categoria dei «taxisti per caso» comprendeva trasversalmente avvocati e operai, impiegati e casalinghe della porta accanto, universitari, insegnanti e camionisti a lunga percorrenza. E su entrambi i fronti tanti erano gli habitué.

Il viaggio, in qualche modo, non era soltanto geografico ma anche nell’esperienza. Negli anni Ottanta è iniziato il declino, le strade sono diventate più pericolose e ai paninari l’autostop non si addiceva. Oggi questo modo di viaggiare è quasi scomparso e sulle nostre autostrade sono spariti perfino i vistosi cartelli che a lungo intimavano minacciosi «No Autostop». Resiste, invece, in alcuni Paesi, come Olanda e Svezia. Soltanto in estate, sulle strade italiane, capita di ritrovarsi davanti qualche «reduce» temerario che, zaino in spalla e vento in faccia, sfida tempo e spazio in attesa di un passaggio. Ma è chiaro che quella stagione appartiene ormai al passato. Il desiderio di esplorare e di condividere hanno lasciato il posto alla diffidenza e alla paura. E gli orizzonti, anche umani, si sono ristretti, serrati dalle barriere dell’indifferenza, blindati dall’orrore quotidiano che ci viene trasmesso dai notiziari, ogni giorno, ogni ora. Oggi i margini delle strade sono popolati da prostitute e schiere di disperati. La prudenza e il buon senso consigliano, quasi impongono, di «non aprire più quella portiera». La società e le sue derive ci hanno costretto a raggiungere, anche sulla carreggiata, quella che Sartre definì l’«età della ragione».

Resta, però, tanta nostalgia, per quei viaggi e quelle vacanze. Ricordi romantici e bizzarri, tra sacchi a pelo e percorsi incerti. Altro che treni superveloci: per arrivare a Vieste poteva rivelarsi utile anche la scassata Renault Dauphine guidata da una suora diretta in Puglia. Bastava avere fiducia. E pazienza.
L’autostop ha spesso ispirato il cinema. Poco conosciuta ma divertente la pellicola «Autostop», commedia americana diretta nel ’56 da Dick Powell e interpretata tra gli altri da Charles Bickford, Jack Lemmon e June Allyson.

Anche il film di Frank Capra, premiato con numerosi Oscar, con Clark Gable e Claudette Colbert, visita con netto anticipo sull’epopea hipphie, il fenomeno mondiale dell’autostop.

l.Abelli – La Gazzetta di Parma, Il viaggio e l’avventura: l’età dell’autostop