(A.Tornielli – La Stampa, 29/11/14) – Il Papa sta in silenzio, senza scarpe, con il capo chino e le mani giunte, accanto al Gran Muftì Rahmi Yaran che apre le palme delle mani recitando a voce bassa una preghiera. È l’immagine più importante del secondo giorno della visita di Francesco a Istanbul, che sotto la cupola di Moschea Blu ha detto: «Non solo dobbiamo glorificare e lodare Dio, ma dobbiamo anche adorarlo. Ecco la prima cosa».

Il Papa partito da Ankara questa mattina, ha trovato ad accoglierlo all’aeroporto il patriarca Bartolomeo. La prima tappa, appena giunto nel centro della città vecchia, è stata la grande moschea Sultan Ahmet, nota anche come Moschea Blu a motivo delle piastrelle di ceramica turchese che rivestono le pareti della grande cupola. Quando il Muftì e Bergoglio sono arrivati davanti al «mirhab», la scalinata con la nicchia che indica la direzione della Mecca, il dignitario islamico prima ha spiegato il significato del luogo, quindi ha invitato il Pontefice a un momento di raccoglimento. È stata «un’adorazione silenziosa», ha spiegato padre Federico Lombardi, notando che si è trattato di un «bel momento di dialogo interreligioso».

Era accaduta la stessa cosa il 30 novembre 2006, con Benedetto XVI. Allora furono due minuti destinati ad entrare nella storia e a chiudere definitivamente le polemiche e le strumentalizzazioni seguite al discorso di Ratisbona. Papa Ratzinger rimase immobile, senza scarpe, con le babbucce bianche che gli sbucavano da sotto la tonaca e le mani aggrappate l’una all’altra, appoggiate alla croce pettorale d’oro. Aveva gli occhi socchiusi e pregava in silenzio, con il volto disteso, muovendo di tanto in tanto, quasi impercettibilmente, le labbra. Il Muftì di allora aveva detto al Papa: «Qui ci si ferma a pregare per trenta secondi, per prendere serenità». Poi aveva cominciato un’orazione a voce alta, in arabo. Benedetto allora, aveva socchiuso gli occhi, e unendo le braccia e si era raccolto in preghiera rimanendovi ben più dei trenta secondi richiesti, costringendo il dignitario musulmano e tutti gli altri presenti ad attendere, in un irreale silenzio, che avesse terminato. Infine, in segno di rispetto, aveva chinato leggermente il capo in direzione della nicchia, e aveva detto al Muftì: «Grazie per questo momento di preghiera». «Il Papa ha sostato in meditazione e certamente ha rivolto a Dio il suo pensiero», aveva confermato subito dopo padre Lombardi. Il quotidiano Milliyet, uno dei più diffusi della Turchia aveva titolato l’edizione on line di quella sera: «Come un musulmano».

La stessa immagine , otto anni dopo, rilancia anche visivamente quel rispetto reciproco e quell’amicizia tra credenti di fedi diverse, lontano anni luce dalle guerre di religione e dai conflitti di civiltà. In entrambi i casi non si è trattato di una «prima» assoluta, in quanto che anche Giovanni Paolo II, nel maggio 2001, poco più di tre mesi prima degli attentati dell’11 settembre, aveva pregato all’interno della moschea degli Omayyadi, a Damasco. Ma allora lo aveva fatto poggiando la mano tremante sul sarcofago di marmo che racchiudeva una reliquia attribuita a Giovanni il Battista, in un luogo che prima di diventare sacro all’islam era stato cristiano: quella moschea venne infatti costruita dove c’era una chiesa. I suoi successori Benedetto XVI e Francesco si sono invece raccolti in silenzio in un luogo di culto nato come musulmano.

Dopo la visita alla Moschea Blu, Papa Bergoglio si è sposato in auto nel vicino museo di Santa Sofia. La grande basilica bizantina, trasformata in moschea da Maometto II, dal 1935 per volere del fondatore della Repubblica di Turchia Kemal Atatürk è diventata un museo. L’uso del complesso come luogo di culto è severamente proibito. Ma nel 1967, durante la sua visita, Paolo VI si inginocchiò all’interno di Santa Sofia per qualche istante. Un gesto che provocò le proteste di gruppi universitari e di esponenti musulmani: il giornale filoislamico «Tercüman» scrisse: «Mentre a noi non è permesso in Santa Sofia invocare Alláh senza finire nelle mani della polizia il Papa ha voluto cancellare il ricordo del giorno in cui Maometto il Conquistatore ce l’aveva regalata». Né Benedetto né Francesco si sono inginocchiati al suo interno. Nel 2006, dopo la visita di Papa Ratzinger, il governo turco ha permesso di destinare una piccola stanza del complesso per essere utilizzata come sala di preghiera da chiunque lo voglia.

Sul Libro d’Onore, al termine della sua visita, Francesco ha scritto Santa Sofia in greco seguita da queste parole: «Quam dilecta tabernacula tua Domine (Psalmus 83). Contemplando la bellezza e l’armonia di questo luogo sacro, la mia anima si eleva all’Onnipotente, fonte ed origine di ogni bellezza, e chiedo all’Altissimo di guidare sempre i cuori dell’umanità sulla via della verità, della bontà e della pace».

Original source: http://www.lastampa.it/2014/11/29/esteri/vatican-insider/it/il-papa-in-raccoglimento-nella-moschea-blu-8Q6skxpYhhTl9zXjS3xMKO/pagina.html

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